VATILEAKS 2.0 – LO SCANDALO CONTINUA


Rubare è reato, almeno seguendo i princìpi della legge; ma rubare è anche un peccato, seguendo il principio morale cristiano. Papa Francesco, durante la benedizione domenicale a San Pietro, ha parlato di atto “deplorevole”, in riferimento ai corvi, recentemente arrestati e sotto indagine, che hanno passato carte private, documenti scottanti alla stampa, rendendoli di dominio pubblico, e dando vita a ciò che giornalisticamente parlando, è stato definito “Vatileaks 2”.

Ma si dovrebbe fare un po’ di ordine in questa marea di informazioni, scandali, notizie gettate lì, in pasto alla famelica opinione pubblica, senza un minimo di filo conduttore che legasse fatti e situazioni.
In principio, durante il breve e tumultuoso Pontificato di Benedetto XVI, scoppia il primo scandalo: Vatileaks 1. È il 2012, e a vestire i panni del corvo, del passacarte, dell’infame che tradisce la fiducia altrui, per rendere pubblici documenti riservati è il mite Paolo Gabriele, aiutante di Camera di Sua Santità, dal 2006, una delle persone più vicine al Pontefice. Fu lui trovato in possesso di carteggi privati e documenti riservati, e per questo arrestato dalla Gendarmeria Vaticana.
Tali carteggi raccontano il clima all’interno della Sede Vaticana: un clima rovente, in cui alti prelati, sfruttando la propria posizione, commettevano reati, sottraendo soldi, distraendo fondi, giocando a fare i finanzieri con soldi della Chiesa, con l’ausilio dello IOR, la Banca Vaticana, che sin dai tempi di Marcinkus, non gode certamente della fama di Banca trasparente.
Ma lo scandalo si allarga anche ai rapporti di forza tra i vari clan dei porporati, divisi su tutto, ma uniti nell’interesse economico, e nello scalare posizioni di potere, con inganni, sotterfugi, trame ordite e forse realizzate, pur di godere di un remunerato posto al sole.
È ovvio fare una precisazione doverosa: non tutti i porporati hanno abusato del proprio ruolo, del sacro vestito indossato, per fare affari personali; così come, è palese che le mele marce inquinano, poi, quelle buone, e come in ogni corte che si rispetti, tradimenti, interessi e giochi di potere avvengono normalmente, alle spalle del dominus, che nulla vede e nulla sa, ma che poi, non può tacere quando lo scandalo scoppia con il fragore di una bomba atomica. E quella vaticana appare sempre più come una corte, in cui interessi privati, intrallazzi e affari si mischiano con la fede.
Marcinkus fu il porporato statunitense che dichiarò che non si poteva “mandare avanti la Chiesa con le Ave Maria”, e fedele a tale dichiarazione, si trovò a stringere amicizie ed affari con potenti banchieri americani e non solo, a gestire, in veste di Presidente, lo IOR, la banca vaticana, dal 1971 al 1989, finendo invischiato nello scandalo del crack ambrosiano di Guido Calvi, salvandosi grazie all’immunità diplomatica, e finendo invischiato in una brutta storia di riciclaggio di denaro che vedeva protagonisti la mafia newyorkese ed il Vaticano, ma anche in questo caso, salvato dalle prove insufficienti raccolte a suo carico. Giovanni Paolo II, se lo tenne buono, in Vaticano, sino al 1997, quando compì settantacinque anni, e si dimise da ogni incarico, secondo il Codice di Diritto Canonico, e da pensionato, tornò nella sua America, come quarto  parroco della chiesetta di San Clemente, in Arizona.
Marcinkus, lasciò, comunque molti adepti nella Curia vaticana, leggendo le carte uscite fuori dal 2012 sino ad oggi. Si sa, che i panni sporchi è meglio lavarli in casa, piuttosto che in pubblico, proprio per non dare scandalo; come è noto che, quando fatti privati divengono di pubblico dominio, c’è sempre una mano nascosta, che manovra persone e fatti, al fine di suscitare scandalo e clamore, o per eliminare un potenziale nemico, o per offuscare l’immagine di qualche porporato, al fine di estrometterlo da certi giochi di potere.
Il Conclave, è cosa nota a tutti, è più un regolamento interno di conti personali, è più un attento gioco diplomatico tra le varie anime, e i vari poteri da essi rappresentati, in seno al Vaticano, piuttosto che una ponderata scelta lungimirante, seguendo il volere dello Spirito Santo.
Giovanni Paolo II, nel suo lungo pontificato, fu un Papa impegnato politicamente, quasi come fosse un rappresentate di Governo, fu un Papa dal grande carisma, trascinando la Chiesa in una sorta di rivoluzione copernicana, iniziata da Papa Giovanni XXIII e, precocemente interrotta dall’improvvisa morte di Papa Luciani, dopo trentatré giorni di Pontificato.
Fu lui a risistemare i tasselli interni ed esterni alla Curia, a riequilibrare i poteri interni, a dare un nuovo indirizzo al Cammino di Fede; ma lavò i panni sporchi dentro le mura leonine, non facendo uscire neanche uno spiffero al suo esterno.
La sua morte ha rimesso tutti in gioco, pronti a dividersi, questo sì, il proprio spazio di luce, la propria carica, la propria scrivania, il proprio potere.
L’elezione al Soglio Pontificio di Benedetto XVI, grande teologo, ma poco carismatico, a differenza del suo predecessore, sembrava accontentare tutti. L’opinione pubblica lo dipingeva, nonostante i suoi sforzi di imitare il suo predecessore, come un Papa lontano dal mondo, chiuso nella sua fervida lettura teologica, così mite e quieto.
Ma fu Benedetto XVI ad istituire una Commissione cardinalizia d’inchiesta, composta dai cardinali Jozef Tomko, Julián Herranz Casado e Salvatore De Giorgi, per far luce sulla vicenda e individuare i colpevoli, dopo che irregolarità nella gestione finanziaria dello Stato Vaticano e nell’applicazione delle normative antiriciclaggio, avevano coinvolto lo IOR e la Curia, con uno stillicidio sistematico di notizie private e documenti riservati, fatti uscire all’esterno e dati in pasto all’opinione pubblica per evidenziare i giochi di potere interni al Vaticano, screditando ora questo ora quel porporato.
Benedetto XVI, si scandalizzò pubblicamente, per questa fuga di notizie, dicendosi “profondamente addolorato” perché metteva in cattiva luce la Chiesa e l’operato di tantissime persone oneste.
Come andò a finire, poi, è cosa nota: venne arrestato Paolo Gabriele, il maggiordomo di Sua Santità, accusato di essere il corvo che forniva documenti privati all’opinione pubblica, e, poi, nel febbraio 2013, Papa Benedetto XVI ha annunciato la sua rinuncia “al ministero di vescovo di Roma”, rinunciando al Soglio Pontificio.
Sulle sue dimissioni, molte voci si sono rincorse, dalla sua salute precaria ai giochi di potere interni, di cui è stato vittima, ma senza alcuna certezza sulle verità nascoste: ufficialmente Benedetto XVI sentiva di non poter gestire un ministero, come quello pontificio, con la forza necessaria e ha lasciato spazio ad altri.
Nuovo Conclave, e nuova elezione; a sorpresa, dal totonomine spunta fuori il Papa argentino Bergoglio, un nome sconosciuto ai più, un po’ come quando spuntò dal nulla il polacco Carol Wojtyla. Altra analogia con il Papa polacco è la parlantina: infatti, entrambi sono due Pontefici molto comunicativi, entrambi hanno carisma, entrambi svolgono la propria missione pontificia non limitandosi alla semplice pastorale, ma svolgendo anche un ruolo quasi da capo di Governo. E, così come il Papa polacco scelse accuratamente il proprio nome di Pontefice, quel Giovanni Paolo II, quasi ad indicare che la via da proseguire era la riforma iniziata dal suo predecessore e interrotta dalla precoce sua morte, così il Papa argentino ha scelto il suo nome da Pontefice, quel Francesco, unico nella storia dei nomi papali, richiamandosi al poverello d’Assisi, ed indicando la nuova strada da intraprendere: una Chiesa più povera e più umile.
Anche Papa Francesco, come Benedetto XVI, nominò una commissione d’inchiesta, la COSEA, per far luce sui bilanci curiali, sullo stato della finanza vaticana, e sugli indebiti movimenti di denaro fatti da chi amministra il denaro della Chiesa.
E anche in questo caso, spuntano all’orizzonte oscuri corvi, facenti parte della stessa commissione, ma intenti a passare documenti riservati all’opinione pubblica; in questo caso, i corvi hanno le sembianze della strana coppia formata dal Monsignor Lucio Vallejo Balda e dalla p.r. Francesca Immacolata Chaouqui.
Papa Francesco, in questo caso intende procedere con il pugno duro con i corvi, a differenza di Benedetto XVI, che concesse l’atto di clemenza e perdono all’ex maggiordomo.
Tra tutti questi faldoni, tra le righe di queste carte riservate, tra nomi di porporati più o meno noti, mischiati a nomi di personaggi pubblici, gettati in pasto all’opinione pubblica più per soddisfare interessi di gossip che fare vera informazione, poche cose sono chiare e lampanti: in primis, gli organismi della Chiesa, dalla Curia, alle Associazioni e Congregazioni, non conoscono neppure i princìpi base di un bilancio finanziario; i loro sono semplici consuntivi, una sorta di entrate ed uscite, senza documenti atti a comprovare la veridicità di tali movimenti finanziari, e in teoria, non sarebbero neanche tenuti a dimostrarlo; poi, l’estrema libertà e discrezionalità riservata ai Presidenti, porporati o meno, dei vari organismi di movimentare conti, di spostare ingenti somme, fare investimenti in società estere, giocare in borsa, etc., preoccupandosi piuttosto dei propri contanti che del proprio gregge pastorale; infine, l’opulenza e la ricchezza in cui dimorano i porporati, residenti in Vaticano, per adempiere alle loro funzioni. Leggere di porporati che vivono in attici e superattici, in appartamenti di cinquecento mq, stona alquanto con la figura del Pontefice che vive in un monolocale di circa cinquanta mq.
Né è così edificante per la Santa Romana Chiesa, sapere che soldi destinati all’Obolo di San Pietro, ossia nelle mani del Pontefice, per aiutare i bisognosi, vengano distratti da esso e destinati a ristrutturare appartamenti privati, a pagare viaggi e alberghi a cinque stelle; o sapere che mentre il povero cristiano fa salti mortali per pagarsi l’affitto, ci sono personaggi più o meno pubblici a cui il Vaticano ha concesso dimora presso stabili di prestigio, di sua proprietà, a prezzi irrisori; o sapere che porporati vivano nel lusso e nello sfarzo, mentre dai loro pulpiti predicano la povertà cristiana ed il rigore morale.
È già cosa nota che la Congregazione dei Frati Francescani ha rischiato la bancarotta, perché i loro superiori si divertivano ad investire in società lussemburghesi; ma non sono né i soli né gli unici a cui piace giocare alla finanza usando risorse non proprie, soprattutto tra i porporati non residenti in Vaticano.
È cosa nota che lo IOR, nonostante i suoi sforzi, non brilli ancora per chiarezza e pulizia, trovandosi al suo interno correntisti che nulla hanno a che fare con gli abiti talari.
Ed è cosa nota che la Curia deve chiedere ingenti prestiti per mantenere in piedi la baracca, nonostante lo Stato italiano, attraverso i suoi contribuenti, doni un 8 per mille alla Chiesa cattolica.
E in tutto questo appare alquanto poco rassicurante la figura dell’ex Abate di Montecassino, il Dom. Pietro Vittorelli, oggi accusato di sottrazione indebita di denaro, che la Curia metteva a disposizione della Diocesi di Montecassino, e che lui, invece, utilizzava per usi personali.
Si parla di viaggi di lusso, di acquisti di capi firmati, di spese folli per party e festini, e persino di droga, il tutto utilizzando quel denaro che la Curia gli aveva messo a disposizione per le opere di carità e di evangelizzazione nella sua Diocesi.
Eppure parliamo di una figura molto rispettata e stimata, sia nella sua Diocesi che in Curia, per cui tale notizia ha destato incredulità e scalpore.
E, forse, sarebbe il caso che la Chiesa si mondi dai suoi peccati, scegliendo la strada indicata da Cristo, fatta di povertà, uguaglianza e carità; sarà anche vero che sotto una tonaca batte un cuore umano, e che l’errare può essere perdonato, ma il perseverare in una condotta amorale dovrebbe essere punito severamente.
L’azione di Papa Francesco dovrebbe ricondurre all’ovile le pecorelle smarrite, di porpora vestite, prima che occuparsi del gregge cristiano; dovrebbe stabilire regole ferree sulla condotta morale, sull’uso improprio del denaro destinato ai bisognosi e non ai viziosi, e punire severamente chi macchia l’immacolata veste della Chiesa cattolica. E bene hanno fatto i cattivi corvi, a rivelare a tutti lo scandalo che si nasconde dentro le mura leonine; per una volta le colombe si sono trasformate i corvi squarciando il velo di omertà che si celava dentro il Vaticano; perché la ricchezza, l’opulenza, il gestire montagne di soldi senza dover giustificare un centesimo, non è cosa nata ieri o l’altro ieri: è cosa nota da sempre, ma di cui nessuno parlava, per paura, pudore o perché in certi intrallazzi trovava il proprio beneficio.
Bisogna dare a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio; forse ha ragione Marcinkus, la Chiesa non vive di Ave Marie, ma soprattutto di atti generosi di misericordia, non certamente di finanziamenti ed investimenti. E se è vero che “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel Regno di Dio”, allora consoliamoci che in Paradiso moltissimi porporati non li incontreremo di certo!




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