IL SISTEMA BANCARIO: I SUOI LIMITI, LE SUE COLPE
C’era una volta, forse, un mondo migliore, una sorta di isola felice, dove anche le banche funzionavano da banche, e dove riporre i propri risparmi, depositandoli su un conto corrente, equivaleva ad avere i propri soldi raccolti in un salvadanaio affidato in mani amiche; un luogo dove ci si conosceva abbastanza bene, e dove riuscivi anche a fidarti del direttore o del cassiere e dei loro consigli.
Un luogo questo, dove il direttore, conoscendo i propri clienti, sapeva chi aveva disponibilità tali per rischiare in certi fondi d’investimento, chi aveva il pedigree giusto per giocare con la finanza, e chi, invece, doveva limitarsi a fondi sicuri per garantirsi un gruzzoletto buono a vivere una vita da pensionato dignitosa o per dare, magari, un futuro ai propri figli. Un luogo, quella banca, dove, conoscendosi, si affrontavano prima i problemi, senza attendere avvisi, pignoramenti e carte bollate.
Certamente, la banca era pur sempre la banca, non regalava soldi, mica era Babbo Natale! Doveva pur sempre guadagnarci qualcosa nel prestare soldi, o nel mantenerli custoditi sui propri conti correnti, ma forse una certa etica, una certa morale viveva ancora al suo interno.
Oggi, quel tipo di banca è morta, finita nel dimenticatoio, scomparsa dalla nostra vita. Le banche pensano esclusivamente ai loro profitti, i correntisti, per loro, sono numeri e non persone, i direttori, i cassieri, badano solo alla propria carriera, ed il povero correntista viene così, abbandonato al proprio destino. Abbiamo visto persone comuni affidare i loro risparmi a personaggi amorali, che li hanno investiti su fondi rischiosi, nascondendo loro l’amara verità; abbiamo visto persone comuni che hanno firmato carte mettendo a rischio tutti i loro risparmi solamente perché si fidavano delle banche, che invece hanno giocato al risiko finanziario con i loro soldi. Poi la bolla speculativa è esplosa, la crisi finanziaria ed economica ha impoverito la società e le banche iniziarono a fallire. Già, falliscono, come una qualunque impresa che si avventura in un investimento sbagliato; solamente che, di mezzo, ci vanno le persone comuni, che neanche sapevano del rischio che correvano e neanche hanno il paracadute per potersi salvare.
Abbiamo visto la Lehmann Brothers, una delle più prestigiose banche americane, fallire, i suoi impiegati raccogliere mestamente le proprie cose negli scatoloni, licenziati da sera a mattina; abbiamo visto i suoi dirigenti finire alla sbarra. Erano gli albori di quella crisi che ancora oggi stiamo vivendo; ci siamo tutti svegliati di colpo, piombati in un incubo senza fine: abbiamo compreso che la banca non è più quel luogo sicuro che credevamo, che il sistema bancario e creditizio è marcio, che etica e morale albergano da troppo tempo altrove. Abbiamo imparato a conoscere i perversi meccanismi finanziari, conosciuto termini per noi nuovi come i derivati o i titoli subordinati, abbiamo compreso come in questo labirinto finanziario, sono pochi, i soliti noti, a vincere, mentre tutti gli altri perdono alla roulette russa dell’alta finanza.
Le banche, da sempre hanno costruito le loro fortune o sfortune sui propri correntisti, stabilendo strategie per invogliare sempre più persone a scegliere i propri servizi piuttosto che altri. Una guerra santa, la loro, che dovrebbe portare solo vantaggi ai fruitori finali, con offerte vantaggiose e servizi migliori, quasi cuciti su misura. Appunto, dovrebbe. Perché così, poi, non è. Le banche, pur facenti capo a gruppi diversi, pur chiamandosi con nomi diversi, vivono dello stesso scopo, avere più clienti possibili, perché ciò è un indice forte di solidità per i mercati finanziari. Le offerte sono lo specchietto per ingannare lo sprovveduto cliente; non ci sono grandi vantaggi tra lo scegliere una banca piuttosto che un’altra. E quando le banche rischiavano di saltare in aria, per i loro conti in rosso, beh, semplice: un nuovo piano finanziario, un aumento di capitale, i vecchi dirigenti rimossi con liquidazioni da capogiro, magari una bella fusione a freddo con banche più solide, magari qualche investimento immobiliare, giusto per far capire ai mercati che si è solidi e non pericolanti, magari qualche bella avventura nei mercati ad alto rischio, per tentare di ottenere forse, maggiori guadagni. Poi scopriamo che le banche, italiane e non, sono piene di carta straccia e non monete sonanti, sono zeppe di titoli che di colpo valgono più o meno zero, che devono immettere nuova
liquidità al proprio interno per non rischiare il default, per non saltare in aria come la Lehmann Brothers. Gli Stati, più o meno, sono dovuti intervenire per salvare il salvabile, come è già successo per la Monte dei Paschi di Siena; le Banche centrali che dovevano vigilare, si sono dovute svegliare dal loro torpore ed intervenire pesantemente per tentare di rimettere le cose a posto.
Con la vicenda della Banca Etruria abbiamo raggiunto l’apice del grottesco. Una banca a forte rischio di fallimento, già commissariata dalla Banca d’Italia, che però non interviene seriamente e celermente, ed un governo che si trova obbligato ad intervenire con leggi ad hoc, per salvare ciò che è ancora salvabile. E poco conta che tra i dirigenti di quella Banca figurava persino il papà di un Ministro dell’attuale governo; le colpe dei padri non dovrebbero ricadere sui figli, ed un governo dovrebbe pensare al bene comune, piuttosto che ai singoli casi specifici. Etica e morale oramai vivono altrove, e se una figlia, divenuta ministro, partecipa all’azione di governo per salvare una banca, in cui ha avuto un ruolo dirigenziale suo padre, dovrebbe contare ben poco ai fini della vicenda.
I salvataggi di Stato, oggi, non sono più permessi dall’Europa, grazie alla nuova direttiva BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive) che introduce il meccanismo del bail in, o del salvataggio interno; in sintesi, non sarà più lo Stato a salvare la banca a rischio fallimento, ma dovranno intervenire gli stessi azionisti, svalutando le azioni ed i crediti per convertirli in azioni, assorbendo, così, le perdite e ricapitalizzando la banca in difficoltà. Quindi, non solo gli azionisti della banca, ma anche i possessori di titoli subordinati emessi dalla banca stessa, ed i possessori di depositi su conti correnti, superiori ai 100.000,00 euro, sono tenuti ad intervenire al salvataggio della propria banca.
In pratica, questa direttiva offre alle Banche centrali, gli strumenti adeguati per intervenire celermente, senza attendere che la crisi della banca sia conclamata. Ed il meccanismo è anche abbastanza semplice: in pratica, manager esterni, nominati da autorità indipendenti, dovranno gestire tutta la fase di ristrutturazione, dividendo la Banca in crisi in due banche: una, la bridge bank, che raccoglie tutte le attività e le passività, per permettere alla stessa di continuare a fornire i servizi bancari ai propri clienti, ed un’altra, la bad bank, che raccoglie tutte le attività deteriorate. Questo al fine di evitare crisi pesanti che minano la stabilità finanziaria del sistema bancario e per evitare che lo Stato debba concorrere pesantemente alla ristrutturazione delle perdite.
Sono le nuove direttive europee, niente più salvataggi di Stato. E, forse, è meglio così. Perché, se è vero che la Germania ha dato circa 400 miliardi di euro per salvare le banche tedesche pericolanti, le ha, comunque, obbligate a restituire quei soldi alla collettività, attraverso finanziamenti privati e aziendali territoriali. In Italia, invece, le nostre Banche hanno incassato soldi statali, hanno risistemato i propri bilanci ma non hanno restituito quasi nulla alla collettività. Se in questi ultimi anni uno avesse provato a chiedere un finanziamento, loro ti guardavano sconsolati, chiedendoti le più svariare garanzie, quasi a scoraggiare tale richiesta, ricordandoti che i cordoni, purtroppo, erano stati stretti con un doppio nodo, ma per colpa della crisi, mica delle loro sciagurate scelte finanziarie!
Imprenditori costretti a chiudere per mancanza di linee di credito, o per il rientro forzoso dei prestiti avuti, famiglie sul lastrico per via di mutui con i tassi variabili impazziti, sono la cronaca quotidiana di questi ultimi anni. Con lo scandalo Banca Etruria abbiamo semplicemente aperto il vaso di Pandora: direttori che invitavano, o minacciavano, cassieri e consulenti affinché spingessero i propri correntisti a divenire azionisti, loro malgrado, della banca attraverso l’acquisto di titoli subordinati, ad alto rischio, che oggi, con il fallimento bancario, sono divenuti praticamente carta straccia. E peccato che quasi nessun cliente sapesse a cosa andava incontro; con l’inganno sono stati convinti ed ora si vedono i propri risparmi andare in fumo. C’è scappato, pure, un morto, a Civitavecchia: un pensionato disperato, che aveva investito la sua liquidazione in quei titoli subordinati, convinto dall’operatore bancario della bontà di quell’investimento e della sua sicurezza. Un inganno bello e buono quello della banca di sua fiducia; e scopriamo oggi, come è quasi prassi falsificare firme, ingannare clienti ingenui con un buon gruzzoletto da parte, mistificare rendiconti, schedare, quasi, i propri clienti, per avere, poi, il quadro completo al momento del bisogno, ovviamente della banca, si intende!
E, con le nuove disposizioni europee, sono gli azionisti, i primi a dover sborsare i liquidi per salvare la banca, anche quelli che hanno sottoscritto l’acquistio di titoli subordinati emessi dalla banca stessa, anche se loro non erano a conoscenza di ciò che firmavano e dei rischi che avrebbero potuto correre.
Oggi ci troviamo, così, con un alto numero di correntisti innocenti, loro malgrado coinvolti nel fallimento della loro banca; loro hanno perso i loro risparmi investiti in quei titoli subordinati ed ora si trovano più poveri e disperati, ma, soprattutto abbandonati a se stessi. Lo Stato non li può proteggere, equiparandoli a semplici azionisti, la Banca d’Italia li colpevolizza, accusandoli di non aver letto attentamente le carte al momento dell’acquisto, come se fosse semplice leggere dieci, dodici paginette scritte in modo fitto, e con carattteri piccoli e poco chiari, e con una serie di nozioni, che forse solo un commercialista o un esperto di finanza riuscirebbe a comprendere chiaramente. Le banche sono troppo impegnate a salvarsi per occuparsi anche di questi sprovveduti, una volta fedeli e preziosi loro correntisti, e una class action può essere fatta solo se è dimostrabile l’inganno e la frode.
È la finanza, e non ammette ignoranza; ed una firma può costarti tutto il capitale faticosamente accumulato negli anni, con grandi sacrifici.
E mentre il mondo sta precipitando verso gli abissi dell’inferno, dove le certezze non sono più tali e dove la sicurezza appare quasi un optional, possiamo difenderci solamente con l’unico strumento che abbiamo: l’intelligenza. Non dobbiamo più scegliere la banca su cui depositare i propri soldi, in base solo alla vicinanza con il nostro domicilio; questa deve essere una scelta che andrebbe fatta in modo oculato, valutando diverse opzioni, non ultime le soluzioni offerte. Dovremmo ricordarci sempre, che al di là dei sorrisi gentili, della cordialità e disponibilità, le banche sono squali e come tali vanno trattate. Non lasciamoci ingannare da tutta questa gentilezza, e soprattutto non dobbiamo mai firmare nulla, se non attentamente letto, anche a costo di doverci ripassare.
Ed un consiglio a quei pochi, tanti, che hanno un gruzzoletto da parte e la voglia di investirli: non regalate i soldi alle banche! Nel vostro quartiere, paese, città sicuramente ci sarà qualche giovane con la voglia di creare lavoro ma senza i necessari strumenti economici. Ecco! Investite su di lui. Il rendimento sarà più o meno lo stesso, i rischi pure, ma la soddisfazione di aver contribuito alla crescita di un futuro migliore è immensamente migliore di quello di aver contribuito ad ingrassare gli unti meccanismi di queste banche.









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