CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA
Ho percorso gli stessi passi tuoi, alla ricerca vana di quel maledetto sportello antiusura, nel tuo Comune; era la tua unica speranza, la tua àncora di salvezza, ma sembra inesistente. Ho respirato la tua stessa angoscia nel chiedere a chiunque mi si parava davanti, la tua stessa informazione: “dov’è lo sportello antiusura?“, detta a bassa voce, quasi per vergogna, mentre sul volto dll’interlocutore di turno appariva ora uno sguardo dubbioso, ora imbarazzato, ora stupito.
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Non potevo capire il male oscuro che vivevi nella tua anima se non respirando quella tua stessa angoscia. Quello sportello poteva salvarti la vita e, invece, è stata la tua condanna.
Eri un imprenditore fiero della tua attività, orgoglioso di portare avanti un progetto che affondava le sue radici nella storia della tua famiglia.
Tuo padre aveva aperto tantissimi anni fa quella piccola pensioncina. Lui che aveva vissuto la fame del dopoguerra, lui che aveva fatto sacrifici, abbandonando presto la propria famiglia per cercare fortune all’estero, in Svizzera, prima, in Germania, poi, quando ritornò al suo paese, decise di metter su famiglia e di dare loro un futuro. Quella pensione era una garanzia sul vostro futuro, in una società meno egoista, in cui i genitori pensavano prima a costruire un benessere ai propri figli, piuttosto che pensare al proprio. I sacrifici fatti in quella pensione, erano per lui, nulla in confronto alla sua infanzia difficile, nel dopoguerra italiano, quando c’era da ricostruire le macerie di una Nazione in ginocchio, quando il cibo scarseggiava ed il futuro appariva sempre più fosco. Per te, bambino, invece, quel luogo era un gioco, un divertimento. Mi raccontavi spesso, quanto amavi correre su e giù per le scale della pensione, scherzare con le cameriere dei piani o ascoltare i racconti degli ospiti che lì incontravi.
Quello che era un gioco, ogni giorno di più diventò per te un lavoro. Hai acquisito esperienza, capacità, passione, voglia d’impegnarsi in quell’attività che tuo padre, oramai vecchio, doveva per forza abbandonare. Ti sei promesso di rendere più solida, più forte quell’azienda che aveva creato il vostro futuro, e che ora doveva diventare il futuro della tua famiglia.
Lo stesso impegno, gli stessi sacrifici che ha vissuto tuo padre lì dentro, li hai vissuti tu, ma in una società oramai completamente diversa. Una società più egoista, una società che non ha patito la fame, non ha visto le brutture della follia umana, in una guerra inutile e dannosa. Una società che si è arricchita, che corre verso il successo personale, che diventa ogni giorno più arida.
Quella pensione che tuo padre aveva tirato su con tanta fatica, ora doveva divenire la tua garanzia, per te, per la ta famiglia. Hai deciso di fare investimenti, di trasformarla in albergo, di assumere personale, di togliere quell’aria da conduzione familiare per dargli un tocco più professionale. Ti sei impegnato in questo scopo, hai investito tutte le tue energie, ma non hai compreso per tempo che i tempi erano sbagliati. La crisi economica, che oggi devasta la nostra società, allora era semplicemente un venticello che copre il cielo azzurro, ma non nasconde i raggi del sole. Poi il cielo si è fatto nero come la pece, la crisi tuonò forte e tu, come tanti, sei stato travolto dagli eventi del triste destino.
Le banche ti hanno richiesto indietro i fidi, hanno stretto il cappio intorno alla tua azienda; quel mutuo che avevi acceso per migliorare la tua impresa, divenne un pesante fardello da portare avanti. Hai cercato con tutto l’ottimismo di cui eri capace, di sorridere alla vita, nonostante la situazione diveniva ogni giorno più preoccupante.
Hai iniziato a trascurare la tua azienda per correre dietro le banche, per cercare nuove linee di credito, invano. Le porte erano sempre chiuse a doppia mandata, nonostante un’azienda che comunque riusciva a stare sul mercato. “Sai c’è la crisi, oggi non possiamo più fare certe cose” era la risposta che ti sentivi ripetere all’infinito. Cercavi nuove strade, contattavi nuove persone, speravi in cuor tuo di trovare una strada più tranquilla. Poi la crisi ha colpito i tuoi ospiti, quelle persone che erano la tua unica fonte di guadagno, quelle persone che tu coccolavi e rispettavi come preziosi amici.
Diminuivano ogni giorno, sempre più le prenotazioni, avevi sempre più tempi morti, e le spese immancabilmente aumentavano. Quell’ottimismo di cui eri capace, pian piano si spense sul tuo viso; la paura di distruggere ciò che tuo padre aveva creato con tanta fatica, emergeva in te nelle notti buie ed insonni. Hai cominciato a risparmiare seriamente, o meglio “a tagliare i rami improduttivi“, come ti avevano suggerito: via la ristorazione e licenziati quattro dipendenti. Poteva essere la fine di una emorragia, fu l’inizio del punto di non ritorno.Non parlavi più a casa dei tuoi problemi, per non spaventarli, per non preoccuparli. Tenevi tutto dentro di te, e ogni giorno ti buttavi nella ricerca disperata di una soluzione, una qualunque, non importa, purché sia una nuova speranza di uscire da questo tunnel infernale. Ne parlavi con me, in quelle notti buie, quando mescolavi la tua preoccupazione al vino e speravi in cuor tuo che quell’incubo finisse presto; vedevo i tuoi occhi diventare lucidi, ma non avevi neanche la forza di piangere il tuo dolore. Poi quell’incontro fatale, con quelle persone che sembravano aprirti una nuova strada. Soldi subito per sistemare i debiti, per chiudere un capitolo brutto della tua vita, per ricominciare.
Una speranza nuova per te, ma non volevi capire che in quel momento il cappio al collo te lo stavi mettendo da solo. Loro prestano soldi, ma poi ti mangiano la vita, senza alcuno scrupolo, senza nessuna etica. Sembrano persone gentili, una luce di speranza li avvolge, ma diventano serpi nel tuo seno, si trasformano in carnefici della tua vita. Non hai detto nulla. Hai iniziato a risolvere i tuoi problemi principali, ma poi inevitabilmente quel cappio iniziò a stringersi intorno al tuo collo. La situazione divenne ingestibile: sei stato costretto a vendere la tua bella macchina, per cercare di sfamare la loro famelica fame di denaro; sei stato costretto a guardarti le spalle quando la sera rientravi a casa, dopo certi furti insoliti all’interno del tuo albergo. Cominciasti a non rispondere più al telefono per paura; cominciasti a chiuderti in casa per paura; cominciasti a non andare più al lavoro, a quel lavoro che tanto amavi e che era il tuo orgoglio, per paura.La paura divenne la tua compagnia, la paura di vivere, di respirare. Cercavi aiuto negli amici, nei parenti, senza raccontare quel dolore che ti portavi dentro, e trovavi strade sbarrate: la crisi aveva spaventato pure loro.Hai sperato di trovare aiuto in quello sportello, che invano tentavi di trovare, e alla fine ha deciso di farla finita: una trave di nudo legno, nella stanza del tuo albergo, a sorreggere la tua pena, una corda a spezzare la vita, un volo non verso la felicità ma verso il baratro oscuro della fine. Questo lo dovevo a te, amico mio, perché non meritavi di vivere questa vita, non meritavi di sopportare da solo quell’angoscia; lo devo a te che hai smesso di credere in un futuro migliore e hai deciso di farla finita per sempre; lo devo a tutte quelle persone che vivono in quest’angoscia, che hanno creduto nella loro impresa ed ora vedono la loro vita distrutta, affinché trovino nuove speranze, nuove energie per uscire da quest’incubo.
La tua fine, amico mio, deve essere la pena di questa società sorda e cieca, una società che ha perso lo slancio di generosità, e si è chiusa in un’arida, fredda vita, concentrata solo su se stessa. Loro che non guardano il proprio fratello soffrire, che ignorano volutamente le pene altrui, e poi corrono a battersi il petto in Chiesa, chiedendo al loro Dio perdono per i loro peccati.Loro che dovrebbero amministrare la cosa pubblica, dovrebbero dare fiducia e speranza alle imprese e alle famiglie ed invece, non sanno mai quale strada intraprendere, e giustificano tale sterile operato con puerili dibattiti politici, inutili a tutto.
Questo atto d’accusa lo dovevo a te, amico mio, che non avevi più voce per urlare la tua rabbia, che non avevi più energie per cercare una strada migliore, che non avevi più forza per lottare; perché morire così non lo merita nessuno.Eri un imprenditore fiero della tua attività, orgoglioso di portare avanti un progetto che affondava le sue radici nella storia della tua famiglia.
Tuo padre aveva aperto tantissimi anni fa quella piccola pensioncina. Lui che aveva vissuto la fame del dopoguerra, lui che aveva fatto sacrifici, abbandonando presto la propria famiglia per cercare fortune all’estero, in Svizzera, prima, in Germania, poi, quando ritornò al suo paese, decise di metter su famiglia e di dare loro un futuro. Quella pensione era una garanzia sul vostro futuro, in una società meno egoista, in cui i genitori pensavano prima a costruire un benessere ai propri figli, piuttosto che pensare al proprio. I sacrifici fatti in quella pensione, erano per lui, nulla in confronto alla sua infanzia difficile, nel dopoguerra italiano, quando c’era da ricostruire le macerie di una Nazione in ginocchio, quando il cibo scarseggiava ed il futuro appariva sempre più fosco. Per te, bambino, invece, quel luogo era un gioco, un divertimento. Mi raccontavi spesso, quanto amavi correre su e giù per le scale della pensione, scherzare con le cameriere dei piani o ascoltare i racconti degli ospiti che lì incontravi.
Quello che era un gioco, ogni giorno di più diventò per te un lavoro. Hai acquisito esperienza, capacità, passione, voglia d’impegnarsi in quell’attività che tuo padre, oramai vecchio, doveva per forza abbandonare. Ti sei promesso di rendere più solida, più forte quell’azienda che aveva creato il vostro futuro, e che ora doveva diventare il futuro della tua famiglia.
Lo stesso impegno, gli stessi sacrifici che ha vissuto tuo padre lì dentro, li hai vissuti tu, ma in una società oramai completamente diversa. Una società più egoista, una società che non ha patito la fame, non ha visto le brutture della follia umana, in una guerra inutile e dannosa. Una società che si è arricchita, che corre verso il successo personale, che diventa ogni giorno più arida.
Quella pensione che tuo padre aveva tirato su con tanta fatica, ora doveva divenire la tua garanzia, per te, per la ta famiglia. Hai deciso di fare investimenti, di trasformarla in albergo, di assumere personale, di togliere quell’aria da conduzione familiare per dargli un tocco più professionale. Ti sei impegnato in questo scopo, hai investito tutte le tue energie, ma non hai compreso per tempo che i tempi erano sbagliati. La crisi economica, che oggi devasta la nostra società, allora era semplicemente un venticello che copre il cielo azzurro, ma non nasconde i raggi del sole. Poi il cielo si è fatto nero come la pece, la crisi tuonò forte e tu, come tanti, sei stato travolto dagli eventi del triste destino.
Le banche ti hanno richiesto indietro i fidi, hanno stretto il cappio intorno alla tua azienda; quel mutuo che avevi acceso per migliorare la tua impresa, divenne un pesante fardello da portare avanti. Hai cercato con tutto l’ottimismo di cui eri capace, di sorridere alla vita, nonostante la situazione diveniva ogni giorno più preoccupante.
Hai iniziato a trascurare la tua azienda per correre dietro le banche, per cercare nuove linee di credito, invano. Le porte erano sempre chiuse a doppia mandata, nonostante un’azienda che comunque riusciva a stare sul mercato. “Sai c’è la crisi, oggi non possiamo più fare certe cose” era la risposta che ti sentivi ripetere all’infinito. Cercavi nuove strade, contattavi nuove persone, speravi in cuor tuo di trovare una strada più tranquilla. Poi la crisi ha colpito i tuoi ospiti, quelle persone che erano la tua unica fonte di guadagno, quelle persone che tu coccolavi e rispettavi come preziosi amici.
Diminuivano ogni giorno, sempre più le prenotazioni, avevi sempre più tempi morti, e le spese immancabilmente aumentavano. Quell’ottimismo di cui eri capace, pian piano si spense sul tuo viso; la paura di distruggere ciò che tuo padre aveva creato con tanta fatica, emergeva in te nelle notti buie ed insonni. Hai cominciato a risparmiare seriamente, o meglio “a tagliare i rami improduttivi“, come ti avevano suggerito: via la ristorazione e licenziati quattro dipendenti. Poteva essere la fine di una emorragia, fu l’inizio del punto di non ritorno.Non parlavi più a casa dei tuoi problemi, per non spaventarli, per non preoccuparli. Tenevi tutto dentro di te, e ogni giorno ti buttavi nella ricerca disperata di una soluzione, una qualunque, non importa, purché sia una nuova speranza di uscire da questo tunnel infernale. Ne parlavi con me, in quelle notti buie, quando mescolavi la tua preoccupazione al vino e speravi in cuor tuo che quell’incubo finisse presto; vedevo i tuoi occhi diventare lucidi, ma non avevi neanche la forza di piangere il tuo dolore. Poi quell’incontro fatale, con quelle persone che sembravano aprirti una nuova strada. Soldi subito per sistemare i debiti, per chiudere un capitolo brutto della tua vita, per ricominciare.
Una speranza nuova per te, ma non volevi capire che in quel momento il cappio al collo te lo stavi mettendo da solo. Loro prestano soldi, ma poi ti mangiano la vita, senza alcuno scrupolo, senza nessuna etica. Sembrano persone gentili, una luce di speranza li avvolge, ma diventano serpi nel tuo seno, si trasformano in carnefici della tua vita. Non hai detto nulla. Hai iniziato a risolvere i tuoi problemi principali, ma poi inevitabilmente quel cappio iniziò a stringersi intorno al tuo collo. La situazione divenne ingestibile: sei stato costretto a vendere la tua bella macchina, per cercare di sfamare la loro famelica fame di denaro; sei stato costretto a guardarti le spalle quando la sera rientravi a casa, dopo certi furti insoliti all’interno del tuo albergo. Cominciasti a non rispondere più al telefono per paura; cominciasti a chiuderti in casa per paura; cominciasti a non andare più al lavoro, a quel lavoro che tanto amavi e che era il tuo orgoglio, per paura.La paura divenne la tua compagnia, la paura di vivere, di respirare. Cercavi aiuto negli amici, nei parenti, senza raccontare quel dolore che ti portavi dentro, e trovavi strade sbarrate: la crisi aveva spaventato pure loro.Hai sperato di trovare aiuto in quello sportello, che invano tentavi di trovare, e alla fine ha deciso di farla finita: una trave di nudo legno, nella stanza del tuo albergo, a sorreggere la tua pena, una corda a spezzare la vita, un volo non verso la felicità ma verso il baratro oscuro della fine. Questo lo dovevo a te, amico mio, perché non meritavi di vivere questa vita, non meritavi di sopportare da solo quell’angoscia; lo devo a te che hai smesso di credere in un futuro migliore e hai deciso di farla finita per sempre; lo devo a tutte quelle persone che vivono in quest’angoscia, che hanno creduto nella loro impresa ed ora vedono la loro vita distrutta, affinché trovino nuove speranze, nuove energie per uscire da quest’incubo.
La tua fine, amico mio, deve essere la pena di questa società sorda e cieca, una società che ha perso lo slancio di generosità, e si è chiusa in un’arida, fredda vita, concentrata solo su se stessa. Loro che non guardano il proprio fratello soffrire, che ignorano volutamente le pene altrui, e poi corrono a battersi il petto in Chiesa, chiedendo al loro Dio perdono per i loro peccati.Loro che dovrebbero amministrare la cosa pubblica, dovrebbero dare fiducia e speranza alle imprese e alle famiglie ed invece, non sanno mai quale strada intraprendere, e giustificano tale sterile operato con puerili dibattiti politici, inutili a tutto.
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