IL PROFESSORE RENATO RIZZI ED IL ‘DAIMON’ DELL’ARCHITETTURA

L’Architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico, dei volumi assemblati nella luce”, affermò Le Corbusier. Architettura non è, quindi, solo una costruzione più o meno funzionale, architettura è anche cultura, arte, estetica, poesia. Ed è forse ciò, quello che manca in questa nostra società che si sta inaridendo sempre più. Una società dove la cultura, quella vera, e non quella di massa, sembra trovare sempre meno spazio, fagogitata e stritolata da tempistiche sempre più strette, che rendono impossibile quel desiderio di fermarci a riflettere.


Per questo la tre giorni di Cori (LT), che si è svolta a fine agosto, quando è andata in scena la settima edizione di “Frammenti di attualità”, la rassegna organizzata dall’Associazione Culturale “Il Buonumore”, con il Patrocinio della Regione Lazio, della provincia di Latina, della XIII Comunità Montana “Monti Lepini”, della Camera di Commercio di Latina, del comune di Cori, e del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, diventa un prezioso momento in cui arte, cultura e dibattito informativo prendono vita e trovano spazio in questa nostra società così frenetica e troppo spesso superficiale.
Una manifestazione, quella di Cori, che presenta uno spettacolo teatrale ad anticipare le tematiche attuali e contingenti, che vengono poi, dibattute in una tavola rotonda a cui partecipano prestigiosi ospiti, e che, quest’anno ha visto il giornalista Michele Cucuzza nelle vesti di moderatore delle tre serate.
Tra gli ospiti partecipanti c’era anche il Professore Renato Rizzi, architetto e teorico, docente all’IUAV di Venezia, presente alla prima serata, il cui tema dibattuto era: “Potere: quanti ne abusano?
Una esperienza, questa, che ha molto entusiasmato il Professor Rizzi, proprio perché oggi “si nota una certa difficoltà nel fare cultura” soprattutto perché “si avverte una certa predominanza del sapere tecnico scientifico, che si fonda sulle cose pratiche e funzionali, avvalendosi del dominio delle ‘cose’ e facendoci, così, quasi dimenticare che esiste un altro mondo, quello sentimentale e metafisico, che è sì, più complesso, ma questo è un mondo che ognuno di noi possiede dentro di se e che poi vede riflesso nelle cose reali”.
Tale scontro – sottolinea il Professore – tra il sapere tecnico-scientifico e quello metafisico è micidiale; nella nostra società si pensa troppo in modo tecnico e funzionale, dimenticandoci delle emozioni che sono nello spettro individuale; l’uomo dovrebbe rendersi conto che oltre al suo corpo esiste anche una sua anima: allora gli si aprirà una dimensione metafisica che è all’origine di ogni grande opera d’arte. La nostra storia si fonde sulle relazioni tra i due saperi: esiste una individualità che è in connessione con l’universalità”.
E proprio perché abbiamo smarrito questa dimensione metafisica, proprio perché abbiamo smarrito i veri valori della cultura e dell’etica, per cui tutto ci appare normale pur di perseguire l’obbiettivo prefissato, e spesso scivoliamo verso quell’idea di abuso, nei diritti, nell’uso del potere, nelle scelte finali, distruggendo quei residui culturali che resero grande la nostra società.
L’abuso – sottolinea il Professore Rizziè dato proprio dalla cultura tecno-scientifica, che ha perso di vista i valori dell’etica e dell’estetica. I pensieri astratti, anche quelli più analitici, sono immagini, e bisogna conoscere il mondo invisibile, avere la consapevolezza del sapere metafisico per trasferire, poi, queste immagini nel mondo visibile”.
Quando progettiamo un edificio – prosegue il Professore – la cultura del sapere tecno-scientifico fissa la funzione che esso dovrà assolvere in realazione ad una necessità concreta; ma non comprende, invece, il senso della forma, che è propria della cultura del sapere metafisico. La nostra cultura dimentica il valore metafisico, si disinteressa dei fondamenti, siano essi di natura etica o estetica, ed è questo il dramma; noi oggi ci riteniamo capaci di realizzare qualsiasi cosa attraverso la tecnica, ci consideriamo come dei demiurghi che, nella nostra grandezza o volgarità, producono senza limiti solo oggetti a noi utli”.
Attraverso la tecnica – afferma il Professore Rizzinoi guardiamo il mondo, ma se non utilizziamo la mediazione del sapere, cioè se non poniamo una relazione tra idea ed immagine, niente ci può salvare. L’immagine non è, come oggi viene comunemente intesa, qualcosa di fugace e apparente, ma è ciò che ci protegge: la sua fragilità è l’elemento più potente che noi possediamo per difenderci da questo mondo, che non è governato dal caos, inteso come quella condizione primigenia informe da cui poi si giunge ad una condizione finale perfettamente ‘ornata’ e ‘decorata’, bensì da una sua degenerazione: il caotico”.
E questo “caotico” lo possiamo vedere nello sviluppo delle nostre città, dove sembra che non ci sia mai una visione architettonica d’insieme, dove le città appaiono formate da corpi dissonanti posti l’uno accanto all’altro, senza una logica comprensibile, senza una visione omogenea, creando, così, città senza passato né futuro.
Il modo di agire – sostiene il Professore Rizzidel sapere contemporaneo coincide con quello tecnico: si cerca l’utilità a scapito dell’estetica, non si pone l’accento sulla forma ma solo sul contenuto, il linguaggio si è fatto acritico, anonimo ed autoreferenziale”.
L’architettura moderna – sottolinea il Professore – corre il rischio di divenire sempre più autoreferenziale, con gli architetti di firma che spesso ne sono la manifestazione più lampante, mediante quei loro atti di arroganza intellettuale all’interno di un linguaggio tecnico che nega la forma per favorire esclusivamente la visione del progettista”.
Oggi – prosegue il Professore – si mira quasi esclusivamente al guadagno immediato e le conseguenze sono sotto i nostri occhi; l’architettura non è una disciplina autonoma, regolata da norme interne al suo solo farsi. Ad esempio, nella nostra realtà italiana l’influenza storica, politica e sociale ha avuto un peso determinante nei confronti della dissoluzione dell’architettura, e le nostre periferie ne sono la prova. I Piani Regolatori Generali, oggi, non si pongono più il problema del senso di un luogo, trovando quella forma che appartiene al territorio stesso. Abbiamo smarrito il senso estetico delle cose, per privilegiare esclusivamente la sua funzionalità, spinti dal movimento accellerativo della tecnica che non ci permette di maturare una propria consapevolezza”.
E l’architettura moderna dovrebbe riscoprire proprio il suo daimon, come scrive lo stesso Professore Rizzi in un manuale recentemente pubblicato (“Il daimon di Architettura – theoria”), affinché chi pensa e progetta in architettura riconosca “i limiti contraddittori della nostra cultura contemporanea”, e quindi, si impegni “nella ricostruzione della triplice ‘arché’: della legge, della libertà, della necessità. Ovvero: dell’’estetico’, della ‘singolarità’, della ‘visione'”.
Affinché si possa finalmente riscoprire anche il piacere dell’estetica, unito e non più scisso dalla sua funzionalità, perché quando la ‘cosa’ viene dominata, quando esiste una relazione d’interesse, quasi esclusivistica, tra il dominatore e la ‘cosa’ stessa, noi perdiamo la bellezza dell’immagine stessa, incapaci di trasferirla nel mondo reale; perché, come affermò Platone “il bello consente alle relazioni di andare, mentre il brutto impedisce alle relazioni di svolgersi”.


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