PIETRO INGRAO: E’ MORTO L’ULTIMO PATRIARCA DEL PCI
Domenica si è spento alla veneranda età di 100 anni, Pietro Ingrao, storico dirigente del PCI, già giornalista e partigiano. Nato a Lenola (LT), nel marzo 1915, da una famiglia emigrata dall’agrigentino, fu iscritto al GUF (Gruppo Universitario Fascista), prima di divenire, nel 1939, partigiano, aderendo, poi, nel 1940, al Partito Comunista Italiano. Dopo la seconda guerra mondiale, divenne il riferimento indiscusso di quell’area, all’interno del PCI, che era schierata su posizioni marxiste, in forte contrapposizione con la linea migliorista di Giorgio Amendola.
Nel 1950 entrò per la prima volta in Parlamento, mantenendo la carica parlamentare ininterrottamente sino al 1992, e divenendone, dal 1976 al 1979, anche Presidente dell’aula di Montecitorio, primo comunista a ricoprire la terza carica dello Stato.
Fu anche giornalista, e direttore dell’Unità, organo d’informazione del PCI, per un decennio, dal 1947 al 1957.
Pietro Ingrao, nei suoi cento anni, ha avuto il privilegio di percorrere tutto il secolo scorso, facendolo sempre nel ruolo scomodo di antagonista, mai capace di prendere in mano le redini del suo partito, di far convergere su di sé i maggiori consensi dei militanti. Spesso in contrapposizione con l’ala migliorista, celebri furono gli scontri politici con Pajetta, Amendola, Napolitano e, anche con lo stesso Berlinguer. Fu un uomo lacerato dal dubbio, diviso tra l’obbedienza al partito, pur non condividendone le scelte e il dissenso forte e marcato: “Il dubbio mi scuoteva”, ebbe a dire Ingrao, nel lontano 1966, “vedevo in esso un’apertura alla complessità della vita: dubitare mi sembrava l’impulso primo a cercare, aprirsi al molteplice del mondo. Sì, vivevo il piacere del dubbio”.
Spesso ha dovuto rincorrere la Storia, che lo ha ingannato, illuso, sconfitto.
Nato durante la Grande Guerra, ha vissuto da partigiano la fine della Seconda Guerra mondiale, con uno sguardo sempre rivolto a quell’ideale rivoluzionario di stampo comunista, e vedendo nella Grande Madre Russia di Stalin la sua stella polare. In Italia, però l’ideale rivoluzionario si limitò alla sola liberazione dalla dittatura nazi-fascista, spingendo la neonata Patria italica verso una democratica costruzione di uno Stato, non prendendo mai in considerazione quell’ideale rivoluzionario comunista, che avrebbe trasformato l’Italia in una appendice della Russia di Stalin.
Fu il primo inganno della Storia al giovane Ingrao, che accettò le scelte di partito, pur non condividendole. Rimase nel suo partito, rappresentando strenuamente l’ala più rivoluzionaria del PCI, sempre in minoranza, sempre in contrapposizione con i dirigenti di partito.
Vide la caduta della dittatura staliniana, difese, con un editoriale sull’Unità, i carri armati sovietici che spensero nel sangue le rivolte studentesche ungheresi, di cui non smise mai di pentirsi; vide la caduta del Muro di Berlino, la Perestrojka di Mikhail Gorbachev, la fine di un ideale, quello comunista, sconfitto dalla Storia; si oppose con forza, contro la svolta della Bolognina di Achille Occhetto, ma, in minoranza, accettò lo scioglimento del PCI iscrivendosi al neonato PDS, per poi lasciarlo definitivamente, abbracciando il PRC e da lì, silenziosamente finì ai margini della grande politica, quella di partito e di Palazzo, e da lontano osservava il mondo cambiare senza mai nascondere una certa simpatia e vicinanza politica a SEL.
Pietro Ingrao, dopo aver percorso un secolo di Storia, quel Novecento così complesso di eventi drammatici, all’alba del XXI secolo si è spento serenamente; sempre fiero ed orgoglioso di professarsi comunista, ha inseguito per un secolo quell’ideale rivoluzionario mai realizzatosi. Voleva la luna, lui sognatore, ha accettato le sconfitte politiche con spirito di appartenenza partitica, pur lottando strenuamente affinché prevalesse il proprio pensiero. Lui è stato tra i primi dissidenti in seno al PCI, ponendo in discussione la linea politica dei segretari, ma mai, comunque abbandonando la sua casa politica, questo finché la sua stessa casa non lo ha abbandonato.
Lotta di partito e nel partito, lotte difficili da vincere, Pietro Ingrao ha accettato le sconfitte con lucidità: “C’è poco da fare, siamo stati sconfitti. È inutile nascondere la realtà, per quando dura e difficile possa essere”, disse in una intervista.
Orgoglioso della sua fede politica, entusiasta della sua lunga militanza, critico, e spesso autocritico, persino sofferente di fronte alle scelte politiche più difficili e drammatiche, non barattò mai i suoi ideali per un posto al sole, né rinunciò mai a far sentire la sua voce, anche se sposava una posizione minoritaria.
Lui che voleva la luna, ha avuto in dono un intero secolo di vita per fare i conti con la Storia. Sognava la rivoluzione comunista, ha visto la morte del comunismo: “Pensammo una torre / Scavammo nella polvere”, scrisse in una sua poesia.





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