A ROMA IL RUGGITO DEL VECCHIO LEONE
A poco più di un mese dalle elezioni capitoline, finalmente ogni partito ha schierato ai nastri di partenza il proprio cavallo, con il quale spera di poter agguantare la vittoria finale.
Già sapevamo, e da tempo, su chi puntava il M5S: quella Virginia Raggi vincitrice delle primarie grilline con i click del web, e già da tutti considerata l’avversaria da battere; il PD, invece, dopo l’esperienza tra il tragico ed il comico di Ignazio Marino, e dopo quer pasticciaccio brutto dell’affaire
Mafia Capitale, che ha terremotato mezzo partito, ha ricostruito la propria credibilità politica affidandosi a Giachetti, vincitore delle primarie, un uomo nobile, per nulla sfiorato dagli intrallazzi capitolini di Buzzi e Carminati, fine conoscitore di Roma essendo già stato Capo Gabinetto durante l’esperienza di Rutelli Sindaco, ed oggi vice presidente della Camera e pure un tantino filo renziano, che di questi tempi nel PD non guasta mai; a lui l’arduo compito di riconquistare gli elettori piddini delusi. Ancora più a sinistra troviamo Fassina, ex uomo PD, fuoriuscito dopo gli scontri duri con Renzi; a lui il compito di intercettare gli elettori nell’area della sinistra alternativa, quelli duri e puri, sempre che esistano ancora e non abbiano già trovato una più confortevole casa politica.
Il problema era, invece, tutto nel campo del centrodestra, dove trovare un cavallo vincente che accontentasse tutti è stata cosa impossibile e ha sfiorato i limiti del grottesco. In principio, l’intuizione di Berlusconi fu quella di piazzare Salvini nella corsa a Sindaco di Milano, la Meloni a Roma e la Carfagna a Napoli, un modo semplice per sistemare tutte le anime della coalizione e limitare le pretese di leadership di Salvini stesso. Intuizione nata e morta di colpo per i no espressi sia da Salvini che dalla Meloni, per nulla intenzionati a cimentarsi in una difficile campagna elettorale. Così per la corsa a Palazzo Marino hanno scelto il manager Parisi, equidistante da tutti i partiti che lo sostengono, dalla Lega a Fratelli d’Italia, da Forza Italia a NCD, in pratica tutto il vecchio centrodestra al gran completo. Lui non ha carisma e leadership, non ha fama di trascinatore, e dovranno essere capaci i partiti che lo sostengono a condurlo trionfante a Palazzo Marino e non sarà cosa poi, così semplice battere il suo sfidante, Beppe Sala, Mr. Expo, il manager scelto dal PD.
Il problema, comunque, restava Roma e lì si è consumato lo psicodramma del centrodestra.
Berlusconi cercava una figura manageriale non organica ai partiti e vedeva di buon occhio Alfio Marchini, ma c’era su di lui il veto della Meloni, che con il suo partito a Roma conta parecchio. Salvini guardava alla Meloni, invece, ma lei era restia ad accettare tale incombenza. Morale della favola: i tre convergono su Bertolaso, dopo una cena ad Arcore. Ma per Salvini far digerire poi, tale scelta ai suoi leghisti non era cosa cosi semplice, e infatti, sin da subito sono partite frecciate e distinguo che hanno indebolito l’investitura di Bertolaso stesso. Questo finché Salvini non ebbe la geniale idea di consultare gli elettori, organizzando delle improvvisate primarie, le gazebarie, dalle quali spuntarono diversi nomi più o meno vincenti, tra i quali lo stesso Alfio Marchini, ma non certamente Bertolaso. Berlusconi, messo all’angolo, ribadisce la fiducia nell’ex uomo della Protezione Civile, e promuove una propria consultazione, una sorta di referendum sul nome di Bertolaso, che guarda caso, ottiene un voto plebiscitario. Salvini, allora, decise per lo strappo, candidando la Meloni, che accetta, abbandonando Berlusconi e Bertolaso al proprio destino. Il Cavaliere continua a sponsorizzare urbi et orbi il proprio candidato anche quando gli stessi circoli forzisti romani espressero tutti i dubbi su quel nome che è riuscito solo a dividere piuttosto che unire.
Qui sta la madre di tutti gli errori nella scelta romana: puntare su un nome e sbandierarlo a quattro venti quando non si era totalmente convinti è puro masochismo; mettere in campo una persona seria e valida ed affossarlo giorno dopo giorno è puro masochismo; giocare su Roma Capitale per ottenere effimeri successi personali è puro masochismo.
Salvini vuole la leadership del centrodestra, sa di avere le carte in regola per pretenderla, ma sa che per riuscirci dovrebbe fargli posto il vecchio leader, che a mollare proprio non ci pensa. La Meloni sa quanto è forte il suo partito a Roma, sa che in questa tornata elettorale capitolina si gioca tantissimo dal punto di vista politico, per cui ha preferito rompere con il Cavaliere per accettare la corte salviniana, sapendo che con il primo, sponsorizzando Bertolaso avrebbe perso buona parte del suo elettorato, scegliendo, invece, la Lega, sa di avere una straordinaria libertà di misurarsi in prima persona, di contare il valore effettivo del suo elettorato senza avere ombre intorno a se.
Il Cavaliere è apparso da tempo, logorato da questa continua diatriba sulla leadership del centrodestra, le sue scelte vengono di continuo messe in discussione apertamente, ed il suo stesso partito è apparso fiacco, smarrito, con protagonisti più in cerca di visibilità personale che intenti a riconquistare il proprio elettorato. Ecco perché il ruggito finale di Berlusconi, il colpo di genio tipico del miglior Cavaliere politico, è stata la mossa a sorpresa che può cambiare tutte le carte in tavola. Dopo l’impasse salviniano, dopo aver compreso che il nome di Bertolaso non era oramai, più spendibile, dopo essere stato lasciato con il cerino in mano, ha mollato tutto e tutti e ha scelto di appoggiare la candidatura di Alfio Marchini. L’endorsement berlusconiano sicuramente può rafforzare la sua candidatura, dandogli cosi ampi margini per poter raggiungere quantomeno il ballottaggio, e di colpo indebolisce la Meloni stessa, visto che Marchini è più vicino agli ideali liberali incarnati dagli elettori di F.I. rispetto a lfupiùuscitoscelta, quella berlusconiana, fatta ragionando su un fattore primario: al centrodestra mancano terribilmente i voti dei moderati, voti che né Salvini né la Meloni possono conquistare. Li deve cercare pescando nel centro politico, e Marchini, a Roma, ha tutte le carte in regola per intercettarli e convincerli al voto.
Dopo questa tornata elettorale, il nuovo centrodestra si siederà al tavolo, lì si peseranno i voti e le forze elettorali, e solo chi può dimostrare il proprio peso, può dettare le regole del gioco, perché con l’Italicum, Lega, FI, FLI e NCD dovranno comunque trovare una quadra per poter sperare in una vittoria elettorale, perche divisi rischiano solo di non contare nulla, e in questa nuova partita che si andrà a giocare, Silvio Berlusconi ha ancora tutta l’intenzione di restare il mazziere del centrodestra e non di abdicare in favore di giovani rampanti.
https://eventiculturalimagazine.com/2016/04/30/a-roma-il-ruggito-del-vecchio-leone/






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