DISCORSI SULL’ECONOMIA, LA GRECIA E DINTORNI

Un giorno in un albergo entrò un facoltoso signore, chiedendo la disponibilità di pernottare per un paio di giorni. L’albergatore, contento, soddisfò le richieste del suo nuovo cliente, gli consegnò le chiavi della camera e ricevette 200,00 euro come pagamento. Subito l’albergatore prese i soldi ricevuti e andò in tintoria per saldare un suo vecchio debito; la proprietaria, felice, prese i soldi, cancellò il debito e corse immediatamente dal salumiere per saldare il suo debito. Questi, vedendola arrivare con i soldi in mano, pensò che finalmente la giornata diventava positiva; anche lui cancellò quel vecchio debito, e felice corse all’azienda agricola che gli forniva la merce, per saldare il suo debito, che, così, a sua volta, poté saldare il suo debito con i propri fornitori”. 

Questa storiella può spiegare, in modo semplice, alcune dinamiche microeconomiche: qui nessuno ha guadagnato nulla, ma tutti hanno avuto la possibilità di cancellare il proprio debito. Chi non ci guadagna in questa storia sono gli istituti di credito, che non prestano denaro a nessuno e non ricevono gli interessi maturati.
In modo semplicistico, quando l’economia rendeva e i guadagni erano concreti, siamo stati spinti a finanziare acquisti, non preoccupandoci degli interessi che maturavano sul finanziamento; oggi che la crisi morde, che l’economia ristagna, ed abbiamo già consumato i nostri risparmi, ci troviamo a dover far fronte al nostro debito ricorrendo ad istituti di credito per avere nuovo denaro e, di conseguenza, nuovi interessi da pagare, ossia creiamo un nuovo debito per saldare il precedente! Quello che succede nelle dinamiche microeconomiche lo possiamo rapportare alla macroeconomia: gli Stati sovrani, in tempi di vacche grasse, quando, cioè l’economia galoppava, spendevano senza curarsi dei debiti che accumulavano; quando  è  scoppiata la crisi economica e finanziaria, essi si sono ritrovati in grandi difficoltà.
La Grecia ne è un chiaro esempio: aveva accumulato grossi debiti con i grandi istituti finanziari americani, francesi e tedeschi, debiti che la Grecia non sarebbe mai stata in grado di saldare, anche a causa della congiuntura economica sfavorevole; l’idea fu quella di far entrare la Grecia nella U.E. per avere un maggior controllo sulle sue finanze. Fu il Premier Papandreou, nel 2009, dopo la sua elezione, a denunciare l’alterazione dei bilanci, al fine di far rientrare la Grecia nei parametri europei. Bilanci truccati per permettere alla Grecia di sedersi al tavolo europeo, con la complicità dell’Europa stessa che sapeva di avere una bomba pronta a deflagrare in seno, ma che assicurava anche grossi vantaggi a chi aveva investito sul suo debito.

Bisogna ricordare ciò, tra le molte cose, che dichiarava il Trattato di Maastricht, del 1992:

1) uno sviluppo armonico, equilibrato e sostenibile delle attività economiche;
2) un livello elevato di occupazione e di protezione sociale;
3) una crescita duratura e non inflazionistica;
4) un elevato livello di competitività e di convergenza dei risultati economici;
5) l’innalzamento del livello e della qualità della vita, la coesione economica e sociale e la solidarietà tra gli Stati membri;

Stiamo nel 1993 quando il Trattato, vera pietra miliare dell’Unione Europea, entrò in vigore, la crisi economica e finanziaria era al di là dal divenire e i buoni propositi espressi servivano a sostenere tutti quei Paesi con bilanci pericolanti ed economie traballanti. Ognuno doveva impegnarsi per migliorare le proprie cose in casa, per restare all’interno di patti stabiliti, ma che non erano così stringenti, allora. Poi la crisi economica e finanziaria ha spostato il gioco tutto sul campo economico, i patti stabiliti divennero stringenti e ognuno doveva impegnarsi, a tappe forzate, a riformarsi per non sforarli.
La debolezza politica europea ha permesso alla Germania, vero motore economico trainante dell’Europa, di dettare le regole e di fare la voce grossa; è naturale che chi aveva investito nel debito greco aveva tutto l’interesse a rientrare di tale investimento, e che una Grecia vincolata all’Europa era più facile da controllare. Infatti, dopo le dichiarazioni di Papandreou, l’Europa obbligò lo Stato ellenico a varare una serie di norme riformiste, un piano di austerity, in cambio di ulteriori finanziamenti che sono serviti in grande misura a saldare i debiti che la Grecia aveva con gli istituti finanziari americani, tedeschi e francesi.

Papandreou fu costretto a dimettersi, ed il lavoro sporco fu affidato al nuovo Premier Papademos, con il sostegno di una grande coalizione parlamentare. L’austerity ha permesso  alla Grecia di rimanere in piedi, ma la sua economia fragile, in una congiuntura sfavorevole, con una politica che taglia e non investe, non ha fatto altro che dare solo una boccata d’ossigeno, spostando il problema più in là.

Tsipras ha vinto le elezioni del 2015 urlando in piazza tutta la rabbia di un popolo frustrato da anni di crisi e di rinunce, ma governare non è così semplice come infiammare le piazze già gonfie di disperazione. Non basta dire stop alla Troika, basta austerity, per risolvere tutti i problemi; non basta un referendum dal sapore molto demagogico per piegare i patti europei; Tsipras ha dovuto accettare comunque un altro piano di riforme, simile a quelli passati, per avere nuovi finanziamenti dall’Europa.
Aumento di dieci punti dell’iva per gli alimenti confezionati, i servizi di ristorazione, i biglietti dei mezzi pubblici e i taxi, aumento dell’iva sulle isole greche, che godevano di un’Iva agevolata, dando così un forte colpo al turismo, ulteriore taglio di dipendenti pubblici, la riforma delle pensioni e nuove privatizzazioni sono gli obblighi a cui la Grecia è stata costretta, in cambio di liquidità necessaria, mettendo, pure, l’argenteria di famiglia a garanzia; esattamente il contrario di ciò che dichiarava Tsipras in piazza, durante la campagna elettorale, e per questo ha dovuto pure fare un rimpasto di governo, allontanando i dissidenti.

Il problema  non viene risolto, ma nuovamente spostato più in là: non ci sono investimenti previsti, non si creano le basi per un rilancio economico, ma solo un aumento di tasse, nuovi tagli e, in più, l’aggravante dell’aumento dell’Iva sulle isole greche che renderà meno vantaggioso il turismo, unica vera risorsa dell’economia greca.
Nella questione greca, ad esempio non si parla minimamente di ristrutturazione del debito maturato; è vero che una gran parte dei debiti contratti in passato, sono stati già saldati, ma resteranno da saldare, tra le altre cose, i prestiti che la UE ha concesso ad Atene, i cosiddetti  fondi salva-stato, rate che dovranno essere pagate sino al 2055. Il FMI ritiene che il debito greco sia insostenibile, avendo una economia debole, senza la possibilità di stampare moneta e con gli investitori paralizzati, a causa della sfiducia e dell’incertezza che aleggia sulla Grecia. Forse spostare le scadenze dei rimborsi di qualche  decennio, abbassando, così anche le singole rate, potrebbe far respirare veramente la Grecia, che potrebbe utilizzare i fondi salva-stato per creare le basi per un rilancio  della sua economia e non per saldare rate di debiti pregressi.
Perché  questa è la situazione kafkiana che si viene a creare: la UE che presta i soldi alla Grecia affinché essa possa pagare i debiti che ha con la UE stessa, e con i loro singoli stati appartenenti; e allora, se ogni singolo stato creditore decidesse di rinunciare ad una parte del proprio debito, una sorta di saldo a stralcio, forse le cose per la Grecia stessa potrebbero prendere pieghe differenti.
La politica del rigore è stata significativa per cambiare certe storture nel sistema greco, come ad esempio il sistema pensionistico, uno tra i più squilibrati della UE, in cui lo Stato doveva intervenire costantemente per garantire l’assegno pensionistico a tutti gli aventi diritto; ma a queste politiche di austerity andava unita anche una politica di crescita, che permettesse all’economia greca di riprendere a crescere, dando fiducia ai mercati e agli investitori, che attualmente guardano da lontano la Grecia in preda a troppe incertezze ed insicurezze, e parlare, poi, per mesi di ipotesi “Grexit” non ha di molto agevolato la situazione.

Tsipras, dopo il referendum, aveva tutte le carte per poter dettare condizioni diverse nella trattativa con la Troika, ma la sua debolezza politica al momento non è di grande aiuto. E questo è un altro nodo cruciale del problema Grecia: una politica demagogica, improvvisata e senza lungimiranza, fatta da attori non capaci né professionisti, non permetterà mai alla Grecia di uscire da questa situazione così difficile. Un esempio su tutti è l’episodio che Stathis Kouvelakis, un dirigente di Syriza, ha rivelato: quando il 26 giugno Tsipras ha riunito i fedelissimi del suo partito per decidere sul referendum contro l’accordo europeo, Panagiotis Lafazanis, il leader dell’ala più dura del partito, approvò il referendum, pur prevedendo che l’Europa avrebbe reagito tagliando la liquidità alle banche; le sue osservazioni non vennero  prese in considerazione, ma nei fatti, la realtà si dimostrò tale. La BCE, il 27 giugno, ha bloccato  la liquidità di emergenza per le banche greche, non per ritorsione, ovviamente, ma nel rispetto delle leggi vigenti, e Tsipras è stato costretto a chiudere le banche, per quasi un mese, perché l’assalto dei correntisti presso le filiali, per ritirare i propri risparmi stava pericolosamente assottigliando i già residui depositi bancari.

Un esempio, questo, di come una politica senza lungimiranza crea solamente danni al proprio popolo, e che certi leader di partito sono più bravi nell’infiammare le piazze con slogan populisti piuttosto che sedersi nella stanza dei bottoni e prendere decisioni per il bene del suo popolo.
E la Grecia, oggi, è solo la punta dell’iceberg, ma essa rappresenta il modello di come non si governa uno Stato, e di cosa non andrebbe fatto, o andrebbe fatto, per permetterle di camminare con le proprie gambe. Perché  oggi sotto la lente dei riflettori c’è la Grecia, domani chissà; è l’Italia è avvertita!


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