REFERENDUM GRECO: SÌ O NO, VITA O MORTE
Il 5 luglio in Grecia si è svolta la consultazione referendaria voluta dal Premier Tsipras; un referendum deciso in fretta e furia, che ha comunque spinto circa il 60% degli aventi diritto alle urne, per decidere, con un semplice si oppure con un no, sul quesito posto dal Governo; in sostanza il quesito referendario chiedeva al popolo greco se accettare o rifiutare un accordo che la Commissione Europea aveva offerto alla Grecia, per rientrare del proprio debito, tranquillizzando, così, i creditori circa il rispetto degli impegni assunti.
Un accordo, comunque, già scaduto nei termini, e già rifiutato dal Governo greco stesso, che non accetta più altre misure di austerity. Ed ora anche il popolo greco, tramite il referendum, in stragrande maggioranza ha appoggiato la linea del Governo, ma qui, ora si aprono gli scenari più oscuri.
Iniziamo immediatamente a sgombrare il campo da alcune falsità, che sono state scritte, dette o sottintese in questi giorni:
1) Il referendum greco non chiedeva al popolo se restare nella UE od uscire da essa;
2) Il referendum greco non chiedeva al popolo se mantenere l’euro come moneta corrente o tornare alla dracma;
Il referendum greco non è un referendum pro o contro l’Europa, nessuno in Grecia si sogna di abbandonare il sogno UE, non lo vuole Tsipras, non lo vuole il suo Ministro economico Varoufakis, né è un pensiero che immagina l’Europa stessa.
Allora, a cosa è servito consultare il popolo greco? Beh, possiamo affermare che il referendum è stato altamente simbolico, e come tale va interpretato: Tsipras ora si potrà sedere al tavolo delle trattative un po’ più forte, rispetto a ieri, forte del consenso popolare che appoggia le sue linee politiche ed economiche.
Ma ora si aprono nuovi scenari, entrando in quello che il Presidente della BCE, Mario Draghi, ha definito “un territorio inesplorato”.
Perché, è vero che ogni popolo è sovrano, ma non con i soldi degli altri e gli impegni presi, in passato, per ottenere dei prestiti, vitali per l’economia greca, andrebbero rispettati, oppure modificati di comune accordo e non attraverso lunghi ed estenuanti braccio di ferro, fatti sulla pelle delle persone comuni.
Ma in questa partita di poker, tra bluf e minacce, si è dovuto ricorrere ad una consultazione referendaria, unica nel suo genere, fino ad oggi, per dare un maggior sostegno ad uno dei giocatori di questa partita.
E veniamo, dunque, al nodo della questione: la Grecia, come diversi altri paesi europei, quali l’Italia, la Spagna, l’Irlanda od il Portogallo, ad esempio, sono entrati nella Comunità Europea con economie deboli e con riforme urgenti da fare; allora bastò una promessa per firmare il loro ingresso. Si sperava nella flessibilità per raggiungere gli obiettivi stabiliti, quindi non riforme a tappe forzare, nessuno stress economico, ma piccoli passi sicuri, con l’aiuto degli altri Stati membri, dalle economie più stabili, per raggiungere gli obiettivi finali. La crisi economica e finanziaria che, come un tornado, ha stravolto l’economia globale, ha messo in crisi tale idea, e così la flessibilità viene cancellata per raggiungere gli obiettivi finali in tempi certi e stretti, attraverso una politica di austerity, per quei Paesi membri che erano ancora indietro.
E’ la politica delle riforme strutturali per abbattere il debito, è la politica dei prestiti con tassi d’interesse così alti da strozzare l’economia, è la politica dei “compiti a casa” che la UE impone agli Stati in difficoltà per rispettare gli accordi con i creditori.
C’è chi questi “compiti a casa”, pur con difficoltà li ha dovuti fare, o almeno, li ha iniziati a fare e chi invece, come la Grecia, punta i piedi, convinta che l’austerity imposta non produrrà alcun sostanziale beneficio.
Una crisi, quella greca, che ha origine nel 2009, quando il Presidente George Papandreou, all’indomani delle elezioni politiche vinte, dichiarò che i precedenti governi greci avevano falsificato i dati di bilancio dei conti pubblici per permettere alla Grecia d’entrare nell’euro, denunciando così il rischio di bancarotta del Paese.
Da qui una richiesta di aiuti economici straordinari, ottenuti in cambio di riforme strutturali e tagli di spesa consistenti. Nonostante ciò, nonostante l’intervento finanziario straordinario, la Grecia non è riuscita a rimettere in piedi la propria economia, e ad evitare di far crescere il proprio debito. Quando la UE impose alla Grecia un piano di austerity per ottenere nuovi prestiti, utili a dare ossigeno alla propria economia, Papandreou minacciò un referendum popolare, che non ebbe poi luogo perché la Commissione Europea minacciò di sospendere gli aiuti finanziari, se ci fosse stata tale consultazione. Il dietrofront a cui fu costretto Papandreou, lo spinse alle dimissioni, e nacque così un governo di unità nazionale guidato da Lucas Papademos, che mise in atto quelle politiche di austerity, in cambio di quei finanziamenti così necessari all’economia greca.
Nonostante queste politiche, la Grecia non riesce ad allontanarsi sostanzialmente dal rischio di default, e alle recenti elezioni del 2015, Tsipras vince le elezioni cavalcando l’onda della rabbia popolare contro le famigerate politiche di austerity attuate.
Solo che urlare in piazza è più facile che sedersi ad un tavolo e trattare, soprattutto quando gli interlocutori chiedono nuove politiche di austerity in cambio di ulteriori finanziamenti, e per la tua economia quei finanziamenti sono di vitale importanza, ma che politicamente, non puoi accettare tale scambio, se fino ad ieri urlavi in piazza la fine di questi “compiti a casa”.
Così inizia un lungo ed estenuante braccio di ferro, una trattativa prolungata, finché il ministro delle Finanze greco Varoufakis dichiara pubblicamente che la Grecia non sarebbe stata in grado di pagare la prima rata del suo debito; era il 30 giugno, e nonostante le trattative ad oltranza, salta il banco, e Tsipras si gioca la carta del referendum, come ultimo rilancio.
In sostanza il Premier greco chiede alla Troika di congelare i debiti pregressi, di concedere nuovi prestiti, in cambio di un piano di politiche economiche meno stringenti.
Quello che succederà lo vedremo nei prossimi giorni, nelle prossime settimane; è quel “terreno inesplorato” di cui parlava Draghi: la Grecia senza finanziamenti ulteriori rischia il default, e sarebbe il primo Stato membro della UE a rischiare seriamente ciò, con scenari tutti ancora da disegnare. Lasciar scivolare la Grecia fuori dalla UE rappresenterebbe una sconfitta per tutta l’Europa, come ha dichiarato la stessa Merkel. Accettare le condizioni poste da Tsipras significherebbe gettare benzina sul fuoco degli ideali populisti, per cui anche gli altri Stati membri, che sono in difficoltà, potrebbero non accettare più “compiti a casa”, minacciando nuovi referendum. Forse il caso greco dovrebbe aprire, in seno alla UE, una seria riflessione sui piani economici da attuare, magari meno austerity, meno riforme da “lacrime e sangue” per far ripartire seriamente le economie dei singoli Stati membri, soprattutto quelle degli Stati con maggiori difficoltà. Ma questo è un “terreno inesplorato”, una realtà non prevista, una nuova sfida per tutta l’Europa, per rilanciarsi o per morire.





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