DIECI MINUTI PER MORIRE. L’ULTIMO ROMANZO DI FRANCESCO CARINGELLA
Dieci minuti. Seicento secondi per capire il movente che ha spinto l’assassino ad uccidere; seicento secondi, gli ultimi, per indagare sulla propria esistenza di uomo, marito e padre, sugli errori commessi, su quei peccati per cui paga con il prezzo della sua vita; seicento secondi per riavvolgere il nastro della propria esistenza, per ritrovare la felicità perduta, la serenità svanita, ma non sufficienti per correggere i tiri mancini del proprio destino.
Con “dieci minuti per uccidere”, l’ultimo romanzo di Francesco Caringella, magistrato e consigliere giuridico per diversi Ministeri, lo spettatore viene avvolto in un noir senza precedenti. Un delitto, un assassino, un movente da scoprire, sono gli ingredienti base di questo romanzo che cattura l’attenzione ed emoziona il lettore. Qui, però, non troviamo un detective assetato di giustizia, non troviamo un indagatore tra i misteri di un delitto, non c’è la polizia, la scientifica, le indagini serrate e gli interrogatori per disvelare l’assassino di questo delitto.
L’indagine viene svolta dallo stesso uomo, vittima del delitto, complice egli stesso della sua morte violenta, colpevole di aver armato la mano che gli ha sparato. E ha solo dieci minuti, dieci maledetti ultimi minuti della sua vita per svelare il volto della persona che lo ha ammazzato.
Il giallo, diventa un thriller mozzafiato, pieno di colpi di scena, che spingono il lettore ad indagare insieme al protagonista morente sul perché di questo suo assassinio.
E per capire ciò, la vittima deve compiere un salto indietro di quindici anni, un lungo flashback, sino al momento preciso in cui la sua esistenza e quella dei suoi cari è cambiata per sempre.
È lì che si annida la genesi della sua morte, è in quel preciso istante che ha firmato incautamente la sua sentenza di morte, che una mano, una volta amorevole ed amica, oggi fredda e glaciale ha, poi, eseguito a distanza di anni.
“Dieci minuti per uccidere” è un processo senza appello ad un condannato a morte per una colpa non sua, anche se di colpe si è comunque macchiato. Un processo la cui sentenza è già stata stabilita prima ancora di iniziare; un processo in cui all’indagato non è concessa la possibilità di difendersi e di portare prove che lo possano scagionare.
Ma “dieci minuti per uccidere” è anche lo straordinario affresco di una famiglia felice in apparenza, una famiglia quasi perfetta, e come ogni perfezione, fragile.
E basta uno scherzo del destino, una tragica fatalità per mandare in mille pezzi questa felicità apparente, tirando fuori tutto l’odio, le incomprensioni, la cattiveria che cova sotto le ceneri di un finto sorriso di circostanza.
Perché per troppo amore si può sbagliare, perché il troppo amore può ingannare, perché troppo amore può anche uccidere.
Il buio del suo studio, la musica jazz, unica testimone e dolce compagna in questi ultimi istanti della vita, l’assassino nascosto nella penombra che attende solo il momento del trapasso, e, a terra, lui, Antonio, ferito a morte, la vita che gli scivola via per sempre, e quei seicento minuti ultimi che gli restano da vivere, per capire il senso di una vita vissuta comandando, imponendo scelte e volontà, credendo di fare il bene della sua famiglia, convinto che farli felici equivalesse ad amarli ed essere amato, senza accorgersi del muro che stava costruendo tra lui e loro, della frattura che ogni giorno si allargava sempre più a separarli.
È lui il colpevole di questa tragedia consumata tutta dentro le mura domestiche, nelle pieghe di una esistenza familiare piena di equivoci, di sottintesi, di segreti che di colpo esplodono con il fragore di una pistola. È lui l’assassino di se stesso per un comportamento errato, per scelte sbagliate, per un destino avverso e beffardo. Antonio, vittima e carnefice di se stesso, con Alexandra, Lorenzo, Andrea e Virna, protagonisti di un delitto efferato, carnefici e vittime di uno scherzo del destino, imputati e testimoni di un processo senza appello.
Perché “la felicità perduta è una pena crudele per chi è straziato dalla sofferenza”, ed i protagonisti di questa tragedia lo sanno bene. È il loro dolore ad aver armato la mano assassina. Nella loro tragedia personale l’alibi ed il movente.
Seicento secondi, il tempo che fugge via per sempre, ed una sola possibilità, una unica possibilità per dare un volto all’assassino di Antonio, una motivazione a quello sparo nella notte, per ricomporre i cocci di una vita andata in frantumi e morire cosi serenamente.
Un triller mozzafiato, un’architettura semplice ed efficace, un giallo che si scolora facendo affiorare vitali elementi psicologici, catturano l’attenzione del lettore, che diviene protagonista nella tragedia, lo trascinano nei meandri più cupi di una esistenza umana dove l’apparire non è così reale, e lo coinvolgono nella ricerca di colui che ha ammazzato Antonio, l’industriale pugliese, che sognava un futuro meraviglioso per lui e per la sua famiglia, ma che una tragica fatalità di quindici anni prima ha cambiato inesorabilmente.




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