VIZIO CAPITALE: NELLA CITTÀ ETERNA REGNA LA PIÙ GRANDE CONFUSIONE POLITICA
“Venghino signori, venghino! Più gente entra, più bestie si vedono!”
Può sembrare una battuta d’avanspettacolo d’antan, e, invece, è la triste realtà romana, in fermento per questa delicatissima tornata elettorale.
Si dovrebbe votare per il nuovo Sindaco della Caput Mundi, ci si dovrebbe aspettare una valanga di buoni propositi amministrativi, un’aria di cambiamento, dopo l’esperienza tra il tragico ed il comico di Ignazio Marino, il cui mandato è durato solo un paio di anni, sia a causa di una serie di arresti eclatanti per una brutta inchiesta tra corruzione, mafia e politica, sia per una sorta di guerra all’interno del suo stesso partito (celebri erano i botta e risposta al vetriolo tra il Sindaco Marino e Orfini, commissario del PD romano), e per una serie di incidenti personali che hanno minato l’immagine dell’ex Sindaco stesso, dal Panda-gate ai funerali in pompa magna del boss Casamonica, dai suoi viaggi continui in America, al rimprovero papale sino alle cene più o meno private, pagate con la carta del Comune.
L’inchiesta Mondo di mezzo ha minato la tranquillità politica e partitica romana, svelando un mondo marcio dove corruzione ed abuso di potere favoriva la nota cricca di imprenditori che si arricchivano con soldi pubblici, grazie a dirigenti amministrativi corrotti e a politici messi a libro paga, di destra come di sinistra, per non fare torto a nessuno. Una storia, questa, che va avanti da parecchio tempo, e su cui, finalmente la magistratura sta facendo luce.
Così, dopo i cinque anni di giunta Alemanno, con annesso scandalo di parentopoli, i due anni di Marino, per scoprire come funzionava l’andazzo romano: se facevi parte della cricca imprenditoriale c’erano belle commesse e ricchi finanziamenti pubblici, ovviamente senza alcun controllo e in barba ad ogni regolamento, altrimenti eri fuori dal giro.
Dopo tale scandalo, un cittadino che si appresta a votare il proprio sindaco cerca chiarezza e soprattutto pulizia, etica e morale, innanzitutto.
Una sorta di mea culpa politico, un “abbiamo sbagliato e chiediamo scusa a tutti. Ora ci impegniamo per il bene di Roma”.

E questo, invece, non traspare proprio. La politica ha buttato un’altra volta tutto in caciara, per dirla alla romana, cosicché regnando la confusione tutto sembra normale.
Il Movimento 5 Stelle, dopo aver smascherato il Sindaco Marino sulle famose cene private usando soldi pubblici, si è cimentato nelle comunarie, eleggendo il suo rappresentante per la poltrona di sindaco. Dal democratico web grillino è uscita Virginia Raggi, con 1764 click certificati. Avvocato, impegnata fortemente nel sociale, con un sogno ben preciso: “desidero fortemente un mondo migliore per mio figlio, dove migliore significhi rispettoso della persona e dell’ambiente, prima di tutto”.
Ha dovuto firmare una sorta di contratto con il suo Movimento, in cui si impegna a pagare una penale molto alta e a dimettersi in caso arrechi un “danno di immagine” al movimento. Il contratto la impegna inoltre, una volta eletta, a far approvare preventivamente allo staff di Beppe Grillo tutti gli atti amministrativi di una certa importanza.
Il PD invece ha utilizzato le più classiche primarie per scegliere il suo candidato; qualche dubbio qua e là, sull’affluenza, sul voto, ma alla fine è spuntato Roberto Giachetti, ex braccio destro del Sindaco Rutelli, Vicepresidente della Camera, oggi filo renziano convinto, che non guasta mai, impegnato da sempre nelle battaglie sociali e per i diritti civili; promette un Sindaco votato all’ascolto di tutti i cittadini, con un’attività amministrativa onesta e rispettosa delle regole.
Poi troviamo l’indipendente Alfio Marchini, già candidatosi due anni fa, sparigliando tutte le carte, e ottenendo un discreto successo. Imprenditore edile, faccia da piacione, poteva essere il canditato utile al centrosinistra, poteva essere il canditato buono per un centrodestra unito, ma alla fine della fiera, correrà da solo, con l’appoggio di NCD di Alfano, ma senza simboli di partito.
Poi dovremmo avere Stefano Fassina, che correrà sotto le insegne della sinistra radicale, cercando consensi in un mondo già fin troppo affollato. Dovremmo, appunto, perché, forse, anche qui si useranno le primarie, per scegliere un candidato comune, che abbracci tutte le anime della sinistra radicale, e allora potrebbero uscire nuovi nomi.
A destra, invece, regna la piu folle confusione. Troviamo sicuramente, Francesco Storace, già Presidente della Regione Lazio, già più volte candidato a Sindaco di Roma, correrà per il suo partito “La Destra”, cercando consensi in un’area, quella destra sociale, già fin troppo affollata, visto che troviamo pure Simone DiStefano, per CasaPound, e Alfredo Iorio per Forza Nuova.
E se il mondo a destra viene frammentato dalla difesa di piccole posizioni di potere elettorale, nel centrodestra si giunge alla redde rationem, tra veti incrociati, giochi di potere che travalicano le mura Aureliane, e visibilità politica da difendere per non farsi schiacciare; e così un’allenza lunga vent’anni diviene una resa dei conti sanguinaria, politicamente parlando.
Il centrodestra cercava un candidato forte e unitario per la carica di Sindaco; Berlusconi era convinto che servisse una figura non politica, Meloni e Salvini invece cercavano un politico con forti radici romane. Berlusconi guardava ad Alfio Marchini, la Meloni pose il veto. Berlusconi propose il nome di Guido Bertolaso, ex Capo della Protezione Civile, Salvini pose il veto, non pienamente convinto. Lo stallo venne superato con una lunga riunione ad Arcore, dalla quale uscì un comunicato congiunto, in cui i tre esponenti del centrodestra, convintamente appoggiavano Bertolaso. Inizia la sua campagna elettorale e subisce il fuoco amico di Salvini e della Lega Nord, a cui non piacciono proprio certe sue dichiarazioni.
Continuano i botta e risposta tra Lega e Bertolaso, finché non spunta fuori l’idea leghista di una consultazione popolare, una sorta di gazebarie per ascoltare la gente; e guarda caso, tra i nomi proposti dalla Lega nel quesito, Bertolaso è quello che raccoglie meno consensi. Forte di questa posizione, Salvini chiede a gran voce una seria riflessione sul nome del candidato, dopo che già Bertolaso era stato investito del ruolo di candidato, e propone Giorgia Meloni, che, in dolce attesa, preferisce declinare l’invito. Berlusconi, allora, propone le sue gazebarie, un quesito con un solo nome, quello dell’ex Capo della Protezione civile, con un si e un no, per testare quale appeal riscontra nell’elettorato. Fu un successo di voti per Bertolaso, ma qui si consuma lo strappo: Salvini non accetta il risultato, non convinto dal nome di Bertolaso, e spinge Giorgia Meloni a candidarsi, sostenuta dalla Lega.
Così ad oggi ci ritroviamo una candidata del M5S, Virginia Raggi, considerata la candidata più forte, un candidato del PD, Roberto Giachetti, che dovrà fare i conti con i delusi del PD, dopo l’esperienza Marino; un candidato a sinistra, Fassina, o chi per lui, che dovrebbe intercettare i voti del mondo della sinistra radicale, con il pericolo che la Raggi, venendo da quella realtà, potrebbe rosicchiargli parecchi elettori. A destra, troviamo gli estremi CasaPound e Forza Nuova, che cercheranno di mantenere le loro posizioni elettorali, in lotta con Storace, de La Destra, appoggiato dai fedelissimi di Alemanno, una volta suo nemico. Poi abbiamo Bertolaso, appoggiato convintamente più da Berlusconi che da tutta Forza Italia, e, infine Giorgia Meloni, appoggiata dalla Lega, lei costretta a candidarsi per difendere la forza elettorale del suo partito, che rischiava di restare schiacciato tra tutte le anime della destra sociale messe in campo e l’onnipresenza del Cavaliere. Mentre a Matteo Salvini, forse, perdere Roma, poco interessa, poiché lui punta alla leadership del centrodestra in vista di una eventuale tornata elettorale nazionale, per cui era importante misurarsi con il vecchio capo, in un duello tutto rusticano, senza accettare supinamente scelte altrui.
Come si evince, sulle macerie romane sono in troppi a ballare. Chi per tornaconti personali, chi per egoismi politici, chi per interessi di bottega.
Nessuno che tira fuori, però, uno straccio di programma, una serie di idee su come risollevare Roma; al momento ci dobbiamo accontentare di volti, di litigi e battute, al resto ci penseremo, forse, in seguito.
Ma, dovrebbero, loro, ricordarsi che l’astensione al voto, è un modo efficace che il cittadino ha per rimproverare la politica disattenta. Ma forse, i partiti hanno paura di governare Roma in queste condizioni, per cui hanno dato il via ad una campagna elettorale a perdere, frammentando gli elettori, incartandosi in sterili polemiche, tutto pur di perdere consensi e la poltrona romana.
Almeno questo traspare in questi primi mesi di campagna elettorale. E, visto che, al comico non c’è fine, ogni giorno spuntano pseudo candidati che si propongono per il delicato compito di Sindaco dell’Urbe; ovviamente, le loro buone intenzioni nascono dalla voglia di fare chiarezza e trovare una sintesi tra i vari partiti in gioco, ma i risultati sono solo quelli di creare ulteriore confusione.
Ecco spuntare il nome di Irene Pivetti, l’ex Presidente della Camera, ieri leghista, oggi fuori dai giochi partitici; ecco spuntare il nome di Flavio Tosi, già Sindaco di Verona, sbattuto fuori dalla Lega salviniana, e in cerca di uno spazio nell’area del centro politico, per il suo nuovo movimento; e, infine, spunta Antonio Razzi, il baffuto e pirotecnico senatore di Forza Italia, che si appella ai suoi conterranei abruzzesi residenti a Roma.
“Avanti, c’e posto! Venghino signori, venghino! Piu gente c’e, e piu bestie si vedono!”









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