RAGGI E RAGGIRI ROMANI
“A Roma, le persone sembrano amare con più entusiasmo, uccidere con più fantasia, sottomettersi ai bisogni creatori più spesso, e perdere il senso della logica più facilmente che altrove” disse la scrittrice statunitense Letitia Baldrige, la “signorina delle buone maniere”, già segretaria di Jacqueline Kennedy.
E se lo disse colei che ha vissuto i tormenti e le disgrazie americane della casata Kennedy, la cosa dovrebbe porci qualche domanda.
Roma non è solo la Capitale d’Italia, non è solo un museo a cielo aperto, non è solo la Storia che sbuca ad ogni angolo o che emerge da ogni sampietrino.
Roma è una città complessa e difficile, da vivere e da amministrare; una città che stancamente si trascina una miriade di problemi, con una certa indifferenza, quasi a non volersene più curare.
Roma è una città che ha visto salire lassù sul Campidoglio, personaggi vari, attori di avanspettacolo, nobili politici e giovani rampanti, pronti a spiccare il volo verso lidi politici migliori.
Tutti hanno preso da Roma qualcosa, nessuno in pratica ha mai restituito il favore.
Quando pensi a Roma subito viene in mente il traffico caotico, il suo centro storico strozzato da una viabilità ingestibile; subito viene in mente un sistema di trasporti più simile a quelli da terzo mondo che di una capitale europea, così fatiscente, disorganizzato, praticamente quasi inutile per i seppur minimi spostamenti, visti i complessi ritardi con cui viaggiano i mezzi pubblici.
Subito viene in mente la sporcizia, un sistema di gestione rifiuti che fa acqua da tutte le parti, anche se i costi di gestione sono enormi per le casse comunali, e, intanto, i topi ballano sui cassonetti stracolmi di rifiuti.
Subito vengono in mente le sue tante periferie, luoghi abbandonati a sé stessi, costruite negli anni d’oro in cui abusi edilizi e condoni tutto permettevano, che hanno arricchito solo i tanti palazzinari, accresciuto l’Urbe a dismisura, spuntando come funghi dal nulla, pittoresche quanto vuoi per i film neorealisti o per le pellicole pasoliniane, ma situazioni oramai assurde quando abbiamo già superato il ventesimo secolo.
Dopo i vent’anni, solo per rimanere nella storia recente, di centrosinistra, trascorsi tra l’ex enfant prodige Rutelli e l’innamorato idealista Veltroni, dopo aver superato la disastrosa gestione Alemanno, di centrodestra, ma comunque incapace di cambiare il corso della storia amministrativa romana, e dopo aver superato la barzelletta, e ci perdoni la franchezza, della gestione Marino, l’extraterrestre venuto a Roma per cambiare tutto, ma che non cambiò nulla, smarrito tra i suoi continui viaggi americani, tra scandali amministrativi, funerali in stile mafioso, una Panda di proprietà parcheggiata ovunque senza alcun permesso, e rimproveri papali, a cui si deve aggiungere pure il devastante scoppio di una bomba, quello scandalo di Mafia Capitale che ha squarciato il velo su una verità amministrativa paurosamente collusa con la criminalità, credevamo oramai, di averle viste tutte.
Ma non abbiamo dato credito ai giovani al potere, gli inesperti che si occupano di amministrazione quasi fosse uno di quei giochi di società, da fare la sera, con gli amici tanto per ammazzare il tempo.
Neanche pochi mesi di governo capitolino a firma Raggi e già abbiamo visto molto, e ciò che ci aspetterà sicuramente non sarà meglio.
La Raggi ha vinto le elezioni perché era il volto giovane e fresco in mezzo ai tanti candidati espressione del fallimento politico romano.
Ha vinto perché si presentava come una vergine vestale che entrava nella stanza dei bottoni per resettare tutto, per ripulire una situazione oramai stracolma di nefandezze.
La Raggi ha vinto anche perché è espressione di un movimento che fa dell’onestà e della trasparenza il suo credo politico, e lei ha firmato pure un contratto privato su quegli impegni.
Le avremmo perdonato errori nelle scelte, nelle decisioni da prendere, nelle soluzioni trovate se esse non ci convincevano oppure se si dimostravano fallaci.
Dopo una lunga ricerca presentò una squadra interessante, professionisti seri, tecnici esperti, che potevano lavorare per tentare di risolvere i tanti problemi romani.
Ma a patto che quelle scelte fossero condivise, che gli obiettivi fossero comuni a tutti, che gli assessori chiamati fossero una squadra e non semplici figurine.
Abbiamo tollerato le disquisizioni tecniche sui ruoli di Frongia, Marra e Romeo, uomini fidati della Raggi, che lei ha voluto in posti chiave. Frongia è divenuto il suo vice, Marra e Romeo, due funzionari amministrativi, sono entrati nel Gabinetto del Sindaco, in barba a tutte le trasparenze e a tutte le norme esistenti. Abbiamo partecipato ai sottili giochi di forza, tutti interni al M5S nella scelta sul Capo di Gabinetto, un ruolo importante questo, caduto sulla testa, dopo diverse difficoltà, della giudice Carla Raineri, donna stimatissima.
Sembrava che le beghe fossero finite lì, ed invece, questo era solo l’inizio.
Infatti, tra direttorio nazionale, mini direttorio romano, la base web, la Casaleggio ed Associati, Beppe Grillo e chi più ne ha più ne metta, Virginia Raggi ha troppe persone a cui rendere conto del proprio operato, troppe persone a cui dover giustificare ogni sua idea; a troppi tranne che ai romani che l’hanno eletta.
Non riuscire a gestire il proprio Gabinetto è stato il primo errore: si fida troppo poco della Raineri e troppo del suo trio, per cui bypassa lei per responsabilizzare loro.
La Raineri stanca di ciò, dà le sue dimissioni, anche se, poi, la scusa sarà il suo stipendio eccessivo.
“Non vi erano le condizioni per svolgere il ruolo per il quale ero stata autorizzata dal Csm. Raggi aveva concepito una segreteria particolare che era in realtà il ‘vero Gabinetto’ del sindaco, a capo della quale ha posto Salvatore Romeo che era in realtà il ‘vero capo di Gabinetto’”, è stata la dichiarazione della Dottoressa Raineri; e con lei se ne vanno l’assessore al bilancio Marcello Minenna, l’amministratore unico di AMA (l’azienda che si occupa dei rifiuti a Roma) Alessandro Solidoro, l’amministratore unico di ATAC (che invece si occupa dei trasporti) Armando Brandolese, il direttore generale di Atac Marco Rettighieri. Cinque dimissioni in un colpo solo sono una bella botta da reggere per la Sindaco Raggi, soprattutto perché improvvisamente smette di comunicare, di spiegare, di scrivere. Un mutismo che sottintende che altro bolle in pentola.
E, infatti, lunedì la Raggi deve ammettere ciò che da tempo in tanti sapevano e che lei ha sempre negato: l’assessore all’Ambiente Paola Muraro è sotto indagine per fatti che la vedrebbero coinvolta quando era consulente di AMA, l’azienda che gestisce i rifiuti di Roma.
Al di là dei distinguo tra un avviso d’indagine e un avviso di garanzia, sofismi a cui si aggrappa disperatamente la Raggi, il fatto di aver mentito metterebbe la Raggi fuori la porta del suo stesso movimento.
Qui inizia uno stucchevole e squallido balletto di responsabilità di colpa, tutto interno al M5S, un psicodramma che ha ben poco di normale.
La Sindaco dice di averne parlato con alcuni esponenti del mini direttorio romano, con non meglio precisati parlamentari pentastellati e con il direttorio nazionale, nella figura di Di Maio.
Tutti che negano, che non ricordano, che non sanno nulla delle vicende romane; improvvisamente, nei fatti capitolini nessuno ha mai messo bocca, quando sin dall’inizio tutti hanno voluto metterci becco.
Evidentemente, la Raggi nel dover informare troppe persone, su tutto ciò che accade nella sua Giunta, deve essere andata in confusione, e può aver sbagliato, può aver mentito su una cosa forse, di minore importanza, come un avviso di indagine, che non è né una condanna né una richiesta di dimostrare prove scagionanti. Quello di cui si macchia l’assessore Muraro può essere tutto o niente, allo stato dei fatti, ma negare urbi et orbi una verità certa è un errore madornale.
Abbiamo almeno compreso, forse, che nella vita uno non vale uno, che ognuno ha qualità, caratteristiche che lo rendono determinante per qualcosa ed inutile per altre. Che non basta essere giovani per cambiare le cose, per modificare sistemi, ci vuole l’esperienza e se non la si ha, allora ci vuole l’umiltà di farsi affiancare da chi ne ha. Che non si può essere giacobini in politica, a tutti va data la possibilità di dimostrare la propria innocenza oltre ogni ragionevole dubbio; che la politica è soprattutto arte della mediazione, ed è difficile, se non impossibile, mediare quando le posizioni sono rigide.
Virginia Raggi è stata eletta per amministrare Roma, non deve rendere conto a nessuno se non ai romani, e dovrebbe spendere energie per tentare quantomeno di sistemare i molteplici problemi esistenti, non trascorrere il suo tempo a scrivere al mini direttorio, o a quello nazionale, o a cercare conforti in questo o in quel parlamentare pentastellato.
Di Maio ha goduto fino ad ora di grande visibilità politica, ma ha commesso errori e ha chiesto scusa; perché per le sue bugie vanno bene le scuse mentre per altri c’è solo l’epurazione? Mistero a cinque stelle. Grillo ha detto ieri che “il sistema è compatto contro di noi”, se la prende con chi fa cronaca perché mette in piazza tutte le ambiguità di un movimento perfetto per fare opposizione, ma che non riesce a crescere.
Roma ha bisogno di un sindaco a tempo pieno che doni qualcosa di sé alla città, non ha bisogno di sindaci con la badante, né di extraterrestri né di visionari.
Roma va amata e rispettata. Più semplice di così?









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