ADDIO A GIORGIO ALBERTAZZI, GENIO DEL TEATRO E “PERDENTE DI SUCCESSO”


Shakespeare affermò che “il mondo è un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua parte”, e Giorgio Albertazzi su quel palcoscenico ha recitato fino all’ultimo, da protagonista.
Lui era il Teatro, ha donato tutta la sua vita al palcoscenico, è cresciuto, si è formato, è divenuto Giorgio Albertazzi vivendo sempre sotto le luci dei riflettori.


Che sia sul grande schermo, in TV o, soprattutto, in teatro, la sua capacità recitativa, la sua genialità artistica, emergeva in modo spontaneo e ti rapiva. E al teatro ha dedicato tutto se stesso, fino agli ultimi respiri della sua vita. Nonostante l’età che avanzava, nonostante gli acciacchi dei suoi novantadue anni, nulla ha impedito ad Albertazzi di calcare fino all’ultimo, le tavole di un palcoscenico, di donare la sua mirabile arte recitativa al suo pubblico, regalandogli emozioni uniche.
Ha esordito in televisione nel 1954, appena 26 giorni dopo l’esordio della tv inItalia, recitando in diretta la tragedia di Shakespeare, Romeo e Giulietta, nel suo programma televisivo “La prosa del venerdì”.
In teatro, invece, debuttò nel 1949, con “Troilo e Cressida”, di Shakespeare, per la regia di Luchino Visconti, nella rassegna il Maggio Musicale Fiorentino.
Ma la sua è stata una lunga cavalcata ricca di successi e soddisfazioni, con quasi quaranta film a cui partecipò sia nelle vesti di attore, ma anche, in alcuni casi, come regista, con circa dodici sceneggiati girati per il piccolo schermo, ed un numero immemorabile di spettacoli teatrali, tra i quali non si può non menzionare il suo debutto, nel 1964, al teatro Old Vic di Londra, con Amleto, diretto da Franco Zeffirelli, in occasione del 400º anniversario della nascita di Shakespeare; fu un successo, con lo spettacolo che rimase in cartellone per due mesi, e lo stesso Giorgio Albertazzi che fu premiato con una foto nella galleria dei grandi interpreti shakespeariani del Royal National Theatre, unico attore non di lingua inglese a figurare.
Ma l’altro grande successo teatrale fu, certamente, lo spettacolo “Memorie di Adriano”, tratto dal romanzo di Marguerite Yourcenar, per la regia di Maurizio Scaparro: uno spettacolo che, tra Italia ed estero, in quasi vent’anni, ha raggiunto il numero record di più di 500 mila spettatori.
La sua passione per l’arte e per la letteratura, l’amore per la recitazione, il suo talento poliedrico, capace non di calarsi nella parte di un personaggo ma di fondersi con esso, di farlo suo, la sua voce calda, passionale e carismatica, sono queste le caratteristiche che lo hanno reso unico; “ci ho messo tutta una vita ad imparare a non recitare più – amava dire – Io non recito, io sono”.
Genio e sregolatezza, mattatore di successo, provocatore per indole, spirito libero per natura, nulla ha mai fermato la sua voglia di vivere secondo schemi liberi, inseguendo solo il suo unico mentore: Giorgio Albertazzi.
La sua storia di giovane repubblichino gli creò non pochi grattacapi e polemiche feroci, ma mai rinnegò quella sua scelta giovanile, per compiacere l’elite dei benpensanti: “scelsi, volutamente, la causa persa, per il piacere dell’avventura”, affermò in una intervista alla Stampa, nel 1989.
Il suo amore per la donna fu infinito, pari solo a quello che nutriva per i grandi letterati, da Dante a Shakespeare, da Borges a Calvino.
Loro furono per lui, compagne di vita e di scena: da Bianca Maria Toccafondi ad Anna Proclemer, da Elisabetta Pozzi a Mariangela D’Abbraccio, sino a sua moglie Pia de’ Tolomei, che non faceva l’attrice ma che gli è rimasta al suo fianco fino all’ultimo istante.
Albertazzi diceva che: “se non ci fossero le donne, la vita sarebbe come una stanza chiusa senza finestre”, lui che si sentiva più un Casanova che un Don Giovanni, perché, come lui, egli amava la donna, ma non si vantava delle sue conquiste, ne accettava anche le sconfitte, sempre e comunque alla ricerca di quell’alto senso artistico che emanava la bellezza femminile.
Appunto, preferiva una vita in cui si lotta e si perde pure, piuttosto che una vita semplice, piatta, anonima; lui, il cui unico segreto, forse era quello “di invecchiare senza diventare mai adulti”; un segreto che lo ha trasformato in un artista immortale, e che neanche la morte, sopraggiunta in una mattina di fine maggio, potrà cancellarne il ricordo.




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