PRIMO MAGGIO, SU CORAGGIO!
L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, recita la nostra Costituzione, anche se in questo periodo il lavoro appare piuttosto come un utopico miraggio per troppi cittadini.
I recenti dati Istat diffusi a ridosso del primo maggio, giornata dedicata ai lavoratori, fotografano una realtà che presenta anche diversi aspetti positivi.
Ma i numeri vanno letti nella loro complessità, vanno analizzati con raffronti congrui, altrimenti il rischio è quello di impantanarsi nella pura demagogia, di guardare solo il bicchiere mezzo pieno, esaltandosi, come fa il Governo, oppure di notare solo il bicchiere mezzo vuoto, come fanno i sindacati, deprimendosi.
Partiamo da un dato certo: la disoccupazione in Italia resta ancora alta e presenta forti aspetti critici, problemi soprattutto di natura strutturale, su cui ancora non si riesce seriamente a metter mano; altro dato sicuro: in Europa siamo tra gli ultimi per crescita e per creazione di posti di lavoro, e d’altra parte non potrebbe essere altrimenti; se, infatti, non si creano occasioni valide per rilanciare la nostra economia, se non si creano strumenti validi per aiutare le nostre imprese a stare sul mercato, difficilmente si potranno creare veri posti di lavoro.
Allora vediamo questi dati Istat che fanno brindare il Governo: la disoccupazione in Italia si attesta all’11,4%, il livello più basso dal dicembre 2012.
Dopo un calo di assunzioni a febbraio, finalmente l’occupazione, a marzo, segna un + 0,4%, pari a 90 mila persone in più sotto contratto; crescono sia gli occupati dipendenti ( +42mila i permanenti e +34mila quelli a termine), sia gli indipendenti (+14 mila). E questi sono i dati positivi, che fanno il paio con il tasso di occupazione che sale al 56,7%, ma è ancora poco per festeggiare.
I disoccupati in Italia, purtroppo, sono ancora 2,89 milioni di cittadini, e sono tanti, e, cosa che dovrebbe allarmare il Governo, i dati di assunzione continuano scarsamente ad interessare la fascia giovanile, quella che va dai 25 ai 34 anni, per la quale il lavoro resta ancora un lontano miraggio.
Il Governo Renzi ha varato tra il 2014 ed il 2015 la riforma del mondo del lavoro, quel Jobs Act che è il loro fiore all’occhiello; e bisogna ricordare che tale provvedimento ha dato un significativo impulso nella crescita di occupazione, ma da solo non basta.
Il Jobs Act è stato utile per riordinare il mondo del lavoro: in pratica, con esso si stabilisce una tipologia unica di contratto di assunzione verso cui si dovrebbe tendere, quello a tempo indeterminato a tutele crescenti, e quello a tempo determinato; si stabilisce una maggiore flessibilità nei rapporti contrattuali, con una maggiore facilità nei licenziamenti, che nel caso in cui si dimostrassero senza giusta causa, non prevedono il reintegro obbligatorio. Si modifica il sistema degli ammortizzatori sociali, nel caso di aziende in difficoltà, prevedendo una serie di tutele economiche per chi, involontariamente, perde il proprio posto di lavoro.
Per i lavori temporanei, stagionali, occasionali è stato ideato, invece, un sistema di voucher, che regolarizzano la posizione del lavoratore e del datore, nel loro breve rapporto lavorativo.
E, dulcis in fundo, il Jobs Act ha previsto una serie di sgravi economici per le aziende che assumevano nuovi lavoratori o per stabilizzare quelli già presenti. Incentivi che, dopo il primo anno dall’entrata in vigore, sono stati ridotti drasticamente.
Questo, in modo forse un po’ troppo semplicistico, è il Jobs Act, senza entrare troppo in discorsi tecnici; una riforma applaudita da Confindustria, dalle grandi imprese, e, di contro, vessata dai sindacati e dalla sinistra più radicale.
Partiamo da un dato incontrovertibile: dopo l’esplosione della grave crisi economica e finanziaria, serviva un atto di coraggio da parte di tutti i Governi per dare nuove energie e nuovo coraggio alle imprese che stavano soffrendo tremendamente, e, purtroppo, chiudevano, lasciando a spasso tantissimi lavoratori, disperati, vista anche la contrazione del mercato del lavoro.
Le imprese chiedevano maggiore flessibilità e l’hanno ottenuta, i sindacati volevano tutele più stringenti e non l’hanno avute, tutt’altro.
E peccato che la riforma in questione rischia di rappresentare anche un’occasione mancata.
Analizzando il mercato delle imprese italiane, c’è un dato che dovrebbe far riflettere chi ha le leve del potere e la responsabilità di gestire un momento così difficile: in Italia le grandi imprese non sono tantissime, di contro il mercato dell’impresa italiana è composto da una miriade di piccole aziende, spesso a conduzione familiare, formate da un numero limitato di lavoratori; è il famoso modo delle partite iva, che in questi anni di crisi hanno visto una moria di aziende, manco fossero mosche.
Appare evidente che gli sgravi nell’assunzione è straordinariamente utile per le grandi aziende, molto meno per quelle medie e piccole; ed è anche per questo che il numero delle assunzioni è stato molto limitato, e gli incentivi dati non hanno portato alla rivoluzione copernicana che il Governo sperava.
Mancano incentivi veri per rilanciare la nostra economia, come il taglio serio di tasse che gravano sui costi di azienda, perché solo se le imprese sono libere di creare nuove opportunità di lavoro, anche rischiando, solo se hanno l’opportunità di sondare nuovi mercati, possono creare nuovi posti di lavoro veri e reali. Ma dovremmo iniziare a guardare alle necessità di queste imprese e non vedere solo gli interessi di grandi aziende e delle solite lobby.
I voucher sarebbero stati una grandissima occasione, se esistevano vere tutele per i lavoratori e seri controlli sul loro uso ed abuso. Invece, dati alla mano, diversissime aziende utilizzano i voucher per offrire lavori sottopagati a tempo certamente non limitato, sfruttando l’estremo bisogno di lavorare delle persone, che sono disposte ad accettare qualunque posto di lavoro, a qualunque condizione, pur di non restare a casa con il frigo vuoto.
I voucher servivano per far emergere una parte del lavoro in nero, come quello delle baby sitter, il volantinaggio, le ripetizioni, lavori, appunto, occasionali e limitati nel tempo, e sono, invece divenuti la coperta quasi legale, per nascondere gran parte del lavoro in nero.
E se i dati ISTAT recenti fotografano una realtà in cui la fascia giovanile ha perso quasi la speranza di trovare lavoro, magari nel campo in cui hanno ottenuto una laurea, con fatica, impegno e sacrificio, notiamo che la fascia over cinquanta ha maggiori possibilità di reinserisi nel mondo lavorativo, allora il Governo dovrebbe fare una profonda riflessione e giungere a conclusioni più aderenti la realtà.








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