BALLOTTAGGI, E POI?
I ballottaggi, che si sono conclusi domenica 19 giugno, hanno decretato i vincitori e gli sconfitti di questa tornata elettorale amministrativa, ma hanno anche lasciato per strada una serie di problematiche politiche, a cui i partiti dovranno trovare una risposta, prima o poi.
Ciò che è apparso più evidente, è la vittoria schiacciante di Virginia Raggi a Roma. La candidata pentastellata partiva già con tutti i favori dei pronostici ma raddoppiare addirittura il suo avversario Giachetti, andava ben oltre le più rosee previsioni.
Eppure, sull’Urbe si issa la bandiera grillina, con la Raggi forte del suo quasi 70% dei consensi, che le consentono di divenire il primo Sindaco donna della Capitale; toccherà a lei mettere mano agli innumerevoli e gravosi problemi che affligono Roma, ma sembra almeno avere le idee chiare e un progetto in mano; vedremo.
Vera sorpresa è stata, poi, la vittoria di Chiara Appendino, anch’essa pentastellata, a Torino; partire da outsider, semisconosciuta, contro Fassino, un big della politica e costringerlo al ballottaggio, era già considerata un’impresa titanica; batterlo, poi, al ballottaggio, con un buon margine di scarto, sa di miracolo politico.
Milano, invece, conferma tutte le premesse: doveva vincere Beppe Sala, ed ha vinto, solo che il margine sul suo avversario, Parisi, non è né schiacciante né considerevole, ma ridotto a poco più di una manciata di voti, conquistati sul filo di lana, e per ciò deve solo ringraziare l’ex sindaco Pisapia e tutti i suoi sforzi per far accettare Sala anche dalla sinistra radicale.
Pure Bologna conferma il suo sindaco targato PD, Virginio Merola, dopo essere stato costretto ad un ballottaggio dalla candidata Lucia Borgonzoni, sostenuta dal centrodestra, con una Lega che qui, nella rossa Bologna, raggiunge il 10% delle preferenze, sintomo, questo, che il vento politico sta cambiando.
Napoli, invece, conferma il suo plebiscito per il sindaco uscente, Luigi De Magistris, con il suo sfidante, Lettieri, che, per la seconda volta, non riesce a limitare lo strapotere elettorale di De Magistris.
Questo il dato eclatante di questa tornata amministrativa, poi si possono osservare i dati di altri comuni, magari più piccoli, o piccolissimi, aggrapparsi agli zero virgola qualcosa, per tentare di strappare un sorriso ai partiti, ma il dato è abbastanza evidente: il Movimento Cinque Stelle è il vero vincitore di questa tornata, ed il PD targato Renzi il vero sconfitto.
Il Premier ha subito ammesso la sconfitta, ma ha fatto intendere che tale voto non rappresenta una protesta ma una proposta. Purtroppo per lui, la protesta è reale e ben evidente: oramai, al popolo italico non bastano più promesse e macette da 80 euro, servono fatti reali, concreti e certificati, cosa di cui ancora non si vede neanche l’ombra.
Lo ha detto il popolo italico chiamato a votare, lo hanno capito pure i candidati chiamati al ballottaggio: da Giachetti a Sala, da Fassino a Merola, nessuno ha concluso a braccetto con il Premier la propria campagna elettorale nel turno dei ballottaggi, ma hanno demarcato le giuste distanze, limitando così, per quanto possibile, la perdita del proprio elettorato.
Renzi sa che i mal di pancia nel PD saranno sempre di più, sa che le correnti più radicali non gli perdoneranno più nulla, ed ha compreso che quel suo progetto di partito della Nazione, cercando consensi nell’area moderata di centrodestra è morto prima di nascere, facendogli anche perdere consensi tra la sinistra più radicale, ma si ritrova, purtroppo per lui, a dover fare i conti con Verdini ed i suoi, in Senato, i cui voti, lì, pesano e contano tanto nel sostenere il suo Governo.
Lui disse che dopo i ballottaggi entrerà nel suo partito con il lanciafiamme, per abbattere tutte queste correnti che ostacolano il suo lavoro; forse dovrebbe sotterrare l’ascia di guerra e presentarsi con un buon digestivo per far digerire a tutti le sue prossime mosse politiche, se non vuole la sua morte politica nel referendum costituzionale di ottobre.
Il Movimento Cinque Stelle, invece, brinda e festeggia la sua grande vittoria, ma dovrebbe fare attenzione che l’eccesso di alcool potrebbe alterare la realtà.
Ha vinto a Roma, ha vinto a Torino, ma negli altri comuni il suo apporto elettorale è stato ben al di sotto delle attese.
La Raggi a Roma e l’Appendino a Torino, possono rappresentare il nuovo volto del movimento: figure più istituzionali, meno “vaffa” urlati ai quattro venti, e meno marionette in mano al guru Grillo; saranno loro a dover dimostrare che il Movimento grillino sta mutando geneticamente, per divenire un vero partito, magari anche di governo. È evidente che nel voto raccolto dalla Raggi c’è tanto del voto di protesta dei romani stanchi delle beghe del PD, stanco di vent’anni di cattiva amministrazione sia PD che del centrodestra, a cui si sono aggiunti tantissimi voti dell’area della destra orfani di un loro candidato credibile. Sarà lei a non far rimpiangere i Romani della scelta elettorale fatta? Lo vedremo nei prossimi anni.
A Torino il cambiamento è stato più un fattore fisiologico: dopo vent’anni di centrosinistra si aveva quasi la necessità di cambiare; Fassino non ha governato male, Torino non è stata una città immobile e non ha i gravi problemi della Capitale, ma l’ex Sindaco ha pagato il fatto di rappresentare il vecchio contro la ventata di gioventù, l’establishment politico contro la novità. Un po’ ciò che è successo a Varese, là dove la Lega è nata, là dove governava da più di vent’anni, la città ha preferito al ballottaggio cambiare strada e provare una guida a sinistra; è nella natura delle cose il cambiamento e l’alternanza politica, ed il popolo questo lo sa.
Il grande assente in questa tornata elettorale è, però, il centrodestra: Dipiazza conquista Trieste, strappandola al PD, Canelli, della Lega, conquista Novara, Ilaria Caprioglio conquista Savona, Vivarelli strappa Grosseto al PD, e a Benevento, Clemente Mastella ce la fa ad indossare le fascia tricolore; ma è poca cosa, se si guardano le aspettative iniziali.
A Milano, Stefano Parisi, per un soffio, invece, non riesce a conquistare Palazzo Marino, e qui l’errore suo, forse, è stato quello di non cavalcare i partiti della sua coalizione durante la campagna per il ballottaggio: l’equidistanza da tutti i partiti del centrodestra, impegnati a litigare, è stata la mossa vincente per raggiungere il ballottaggio, ma qui, invece di scaricare l’artiglieria pesante, ha continuato con il profilo basso mentre Sala ritrovava l’appoggio di Pisapia e sparava nomi a raffica, come la Bonino o Gherardo Colombo, figure prestigiose, usate come figurine per accontentare segmenti del suo elettorato, ma che non avranno mai ruoli di primo piano o assessorati durante la giunta Sala, ricoprendo, piuttosto, ruoli d’immagine e di consulenza.
Quel che è certo, dati alla mano, è che il centrodestra, oggi, rappresenta solo la terza forza politica nel panorama italiano, ma solo se si presenta unito e compatto; i singoli partiti che lo compongono, da soli, non vanno, poi così lontano.
La Lega rafforza una certa leadership nel nord, eccezion fatta per Milano, ma non sfonda al sud, come, invece, speravano, e sembra che la forza propulsiva di Salvini, cavalcando l’onda populista, abbia già prodotto il suo massimo sforzo elettorale. Forza Italia ha perso credibilità e consensi ovunque, tranne che a Milano, e forse qui andrebbero messi da parte gli egoismi ed i personalismi per rifondare un partito credibile politicamente, che parta dal territorio, che ascolti le persone e le loro esigenze, piuttosto che litigarsi i favori della telecamera, riunirsi esclusivamente a Palazzo Grazioli o ad Arcore, appoggiando il grande capo in ogni sua decisione, senza un confronto democratico con i propri iscritti. Fratelli d’Italia, invece, ha prodotto il suo massimo sforzo a Roma, ma è poca cosa nel resto d’Italia, e forse, anche qui, tutte le anime della destra sociale dovrebbero sotterrare l’ascia di guerra, abbandonare i propri egoismi per creare una piattaforma comune, da cui rinascere come partito nazionale e non legato a certi territori. Perché il centrodestra unito può giocarsi le sue carte per una vittoria finale, ma ha bisogno di un centro moderato forte e delle sue ali: la Lega ed un partito della destra sociale. Per far ciò basterebbe smettere di litigare su leadership e peso elettorale ed iniziare a costruire un progetto politico comune credibile, che risponda alle esigenze e alle domande che il loro elettorato continua a fare.
Quel che è certo, comunque, al di là di ogni analisi spicciola, è che queste elezioni dimostrano ancor di più che l’elettorato oggi, non è più così legato al proprio partito, ma è mobile e si sposta verso chi gli offre risposte e progetti credibili: non è questione di avere leader giovani o vecchi, ma di avere leader nuovi con proposte convincenti ed ideali da spendere. Chi riuscirà a produrre tale sforzo, chi sarà capace di rinnovarsi, riuscirà a ritrovare il suo corpo elettorale e a vincere le prossime sfide elettorali. Agli altri, invece, non resterà che piangersi addosso incolpando i presunti loro nemici, siano essi interni o esterni ai partiti.









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