LUCI ED OMBRE DOPO LE AMMINISTRATIVE


Dopo la sbornia elettorale di domenica scorsa, e dopo aver trascorso una intera notte svegli, per chi ne avesse avuto il coraggio o l’interesse, in attesa di uno spoglio che distillava numeri e certezze con il contagocce (a proposito, complimenti al Viminale e alla straordinaria macchina elettorale per l’immane lentezza con cui ha certificato vincitori e vinti, in pratica si è dovuto aspettare il pomeriggio di lunedì!!), oggi, a mente fredda possiamo analizzare i numeri ed i dati usciti da queste urne, in attesa, comunque, degli importanti ballottaggi, e tracciare un primo quadro politico che, mai come in questo periodo, è abbastanza fluido e mutevole.

Il primo dato su cui fare un ragionamento è quello che, pur trattandosi di amministrative, pur riguardando l’elezione di sindaci e consigli comunali, non si può certamente escludere che il popolo italico ha, in qualche modo, inviato un messaggio chiaro e forte a Renzi ed al suo Governo; Renzi, è bene ricordarlo, non è solo il Premier di Governo, ma anche capo del suo partito, il PD, e, in questa
tornata elettorale, come, in pratica sempre, ha appoggiato fortemente certe candidature e le ha sponsorizzate, come
Sala a Milano e Giachetti a Roma, inevitabilmente danneggiandoli, in buona sostanza. Inoltre, è evidente che entrando lui, in modo forte, in questa campagna elettorale, ha spinto molti votanti ad esprimere un voto contro, non giudicando, così, l’eventuale candidato sindaco, ma chi tiene le fila del partito e del governo stesso. E questo dovrebbe suonare al giovin Renzi ed al suo giglio magico, come un campanello d’allarme: la luna di miele con il popolo italico si è esaurita, le promesse politiche di riforme e cambiamenti, distillate con cadenze quasi giornaliere non hanno più un effetto positivo, e dovrebbe iniziare a cambiar marcia velocemente se non vuol passare da rottamatore a rottamato. Ma questo lui lo sa.
Il secondo dato incontrovertibile è questo: siamo in un sistema tripolare, con un blocco di centrodestra, un blocco di centrosinistra ed il Movimento 5 Stelle, e ciò dovrebbe far riflettere i molti, forse troppi, che sono ancora legati a vecchi schemi e vecchie alchimie politiche; le armate Brancaleone non producono più sommatorie vincenti di voti, ed il vecchio detto “voto turandomi il naso”, non sortisce più alcun effetto sugli elettori. Il cittadino è stanco dei soliti balletti partitici, si è svegliato dal torpore in cui era caduto, e sa che con un voto può scegliere, o punire, i progetti politici che gli vengno presentati. È bene ricordarlo a chiunque ambisce ad avere un ruolo di leadership in questa nostra Italia: chiarezza, onestà e pulizia dovrebbero essere le doti imprescindibili per ragionare con il popolo italico.
E se, poi, calcoliamo che c’è una bella fetta di elettori stanchi e disillusi che scelgono di non votare, di non partecipare alle scelte politiche, allora il dato diventa ancora più allarmante. L’astensionismo è ancora alto e dovrebbe far riflettere chi ambisce ad un ruolo politico rilevante: questi possono essere condotti di nuovo alla partecipazione attiva se gli si presenta un progetto politico credibile e concreto, altrimenti il rischio è che il loro stato d’animo passi dalla disillusione all’essere arrabbiati, con tutti i risvolti negativi collegati.
Passando dai massimi sistemi ai fatti più concreti, il dato più rilevante è la vittoria della Raggi a Roma, che andrà al ballottaggio con un peso elettorale significativo, e la vittoria di Parisi a Milano, che costringerà lo sfidante Sala, dato per strafavorito, ad un ballottaggio dagli esiti incerti.
Altro dato incontrovertibile, uscito dalle urne, è l’assenza del PD al ballottaggio napoletano, dove, invece, De Magistris, andando solo contro tutti, quasi sfiora l’elezione al primo turno; discorso simile andrebbe fatto anche a Torino, dove le aspettative di Fassino e del PD erano certamente ben altre che andare ad un ballottaggio con il M5S, così come accadrà pure a Bologna, dove Virginio Merola dovrà vedersela con Lucia Borgonzoni, candidata del centrodestra. Appunto, le roccaforti di sinistra non sono più così sicure e su questo il PD dovrebbe fare un’attenta riflessione.
Il PD ha avuto una forte emorragia di voti, ed è un dato che dovrebbe allarmare i dirigenti di partito.
A Milano Beppe Sala, Mister Expo, voluto fortemente da Renzi per disegnare il dopo Pisapia, era partito con tutti i pronostici positivi, dato oltre il 50% già a gennaio, per poi ritrovarsi in un incerto testa a testa con il suo sfidante, Parisi, candidato da tutto il centrodestra.
A Roma, il PD sapeva di dover pagare dazio per lo scandalo di Mafia Capitale e per la sciagurata gestione amministrativa di Marino, ma rischiare di non giungere neanche al ballottaggio è stato preoccupante, e dovrebbe solo ringraziare il centrodestra che ha deciso di correre diviso, se per un pugno di voti ci è arrivato.
A Napoli, invece, neanche parteciperà al ballottaggio. La sua candidata non ha convinto gli elettori e a sfidare De Magistris sarà Lettieri del centrodestra; una debacle inaspettata, questa, che ha messo in evidenza tutta la crisi che serpeggiava nel partito locale, diviso e rancoroso, e che neanche il soccorso di Verdini è riuscito a nascondere.
Di Torino abbiamo già detto, Fassino avrebbe dovuto farcela già al primo turno e, invece, si ritrova al ballottaggio con la candidata M5S, Chiara Appendino. I margini di distacco tra i due dovrebbero tranquillizzare Fassino, ma vedere un terzo degli elettori scegliere il movimento grillino dovrebbe porre qualche domanda nel PD.
Discorso simile a Bologna, dove Virginio Merola partiva favorito e, invece si ritrova al ballottaggio con il centrodestra. Anche qui il distacco è considerevole, tanto da farlo star tranquillo, ma una riflessione andrebbe posta comunque.
La soddisfazione di portare a casa, già al primo turno, solo Cagliari, Salerno e Rimini, per il PD dovrebbe suonare come una sconfitta, forse annunciata, ma certamente allarmante, in vista dei prossimi incontri elettorali.
Ma se Atene piange, Sparta non ride certamente.
Infatti, analizzando lo schieramento di centrodestra notiamo i troppi campanelli d’allarme che gli elettori hanno suonato ad una formazione con troppi galli, troppe ambizioni, troppo rumorosi e rancorosi per proporre progetti chiari e convincenti.
Il centrodestra diviso non va da nessuna parte, il centrodestra stile grande ammucchiata, tipo 1994, non convince più gli elettori.
Forza Italia è oramai un contenitore vuoto di idee e di progetti politici, a cui non basta più il carisma di Berlusconi per essere vincente. Se a Milano raddoppia i suoi voti, ovunque invece li diminuisce e non sensibilmente. Urge per loro una seria ricostruzione partendo da idee e progetti credibili, piuttosto che avvitarsi sul nome del successore di Berlusconi, se vogliono riconquistare il proprio elettorato.
La Meloni con il suo partito, Fratelli d’Italia, ha raggiunto il successo sperato a Roma, dove per una manciata di voti non è arrivata al ballottaggio, ma in tutte le altre città il suo apporto è alquanto limitato. Forse, qui andrebbero finalmente chiusi i conti con un passato burrascoso e rancoroso, e creare una piattaforma che raccolga ed unisca tutte le anime della destra sociale, se l’ambizione è quella di divenire il Front National in salsa italiana.
La Lega salviniana va forte al Nord ma non sfonda al Sud; ha bisogno di un centro moderato per vincere, altrimenti resterà un forza di opposizione, urlante quanto vuoi, ma comunque di opposizione.
Milano è il laboratorio vincente: un centro moderato unito alle ali leghista e della destra sociale, per far volare un candidato moderato, che tranquillizza l’elettorato e non uno che va avanti a suon di slogan ed urli.
Roma si è dimostrato invece, il laboratorio perdente: separati, tutti perdono il proprio valore elettorale ed il proprio peso politico.
Inoltre, Roma dimostra anche che un progetto fallito c’è già: il partito della borghesia impegnata politicamente, quello rappresentato lì, dal costruttore Alfio Marchini, ma già sognato dai vari Della Valle, dai Cordero di Montezemolo, dai Monti o dai Passera; esso non convince gli elettori, e non convince il ceto borghese (sempre che in Italia ne esista ancora uno!), che tra l’usato sicuro e le scommesse, scelgono il primo.
E se solo ogni partito che compone l’area di centrodestra farà tesoro dei propri errori, ed inizierà la propria rivoluzione copernicana al suo interno, allora, poi, potrà, unito, scegliersi un leader che li rappresenterà, deciso, magari attraverso un sistema di primarie più chiaro e meno truccabile rispetto a quello promosso dal PD, perché in questo ruolo la figura carismatica di Berlusconi non ha più molta presa, e lui, inevitabilmente, dovrà assumersi l’onere prestigioso di Padre fondatore, di consigliere e guida, ma facendo, comunque, un deciso passo indietro.
Il Movimento 5 Stelle invece, può essere considerato un po’ il vincitore morale di questa tornata elettorale. A Roma la Raggi partiva con il vento in poppa dei sondaggi ed ha mantenuto le attese, a Torino è stata una sorpresa in positivo, costringendo Fassino ad un’appendice della sua campagna elettorale, mentre nel resto d’Italia più o meno conserva il proprio peso elettorale.
Eppure, prima di domenica, molti erano i punti interrogativi: era la prima campagna elettorale senza la guida spirituale del guru co-fondatore, Gianroberto Casaleggio, recentemente scomparso, e la prima senza Grillo in piazza a sponsorizzare i suoi candidati, ma nonostante ciò, la sua creatura politica sa muovere autonomamente i propri passi, senza essere guidata per mano, anche se, nella scelta dei propri candidati, andrebbe registrato meglio il meccanismo, perché spesso i click del voto web non producono, poi, candidati credibili e forti, e Milano, Napoli o Bologna, ad esempio, sono lì a dimostrarlo.
Roma, nonostante i recenti scandali di Quarto, Parma e Livorno, rappresenta una occasione unica per il M5S: con la vittoria quasi in tasca della Raggi, dovrà dimostrare di avere tutte le carte in regola e le giuste capacità, per amministrare una realtà così complessa e difficile. Se ci riuscirà, allora potrà ambire a divenire una forza di governo credibile; se fallirà, allora Roma rappresenterà la morte politica della creatura grillina. Sulla Raggi graverà anche questo importante compito, oltre che risollevare le sorti della Caput Mundi.
Gli altri partiti, dopo la redde rationem, dopo le notti dei lunghi coltelli, dovranno essere capaci di recuperare credibilità ed i propri elettori, perché ottobre è vicino e ci saranno nuove elezioni, nuove chiamate al voto, e fare altre figure barbine, commettere i medesimi errori non gli verrà più permesso.



Commenti