MOHAMMED ALI, LA FARFALLA HA SMESSO DI VOLARE

Una vita passata a prendere a pugni la vita, fuori e sopra un ring, e, alla fine, la vita stessa lo ha messo al tappeto, dopo una lunga e terribile malattia.
Mohammed Ali non era un semplice pugile, non era il mito di un passato lontano, solo per chi ama i guantoni ed un ring; lui era un eroe di sport e di vita, un esempio, un modello, un rivoluzionario, sempre al fianco dei più deboli, sfidando pregiudizi ed ingiustizie.

Nato il 17 gennaio 1942, a Louisville, nel Kentucky, con il nome di Cassius Clay, cittadino americano, ma di un’America che socialmente non l’accettava, perché nero. Parliamo dell’America degli anni ’50, quella della lotta per i diritti civili, una lotta incarnata da Martin Luther King, e Ali fu in prima fila in questa battaglia, per rivoluzionare le teste, per cambiare la società americana e non solo, affinché non giudicasse più le persone solo dal colore della pelle.
Usò il suo carisma, la fama ottenuta dai successi sportivi, la fame di lotta, il coraggio delle idee, mai, però, ebbe la paura di sfidare una società ottusa, bigotta e perbenista.
Scelse il pugilato per una fatalità del destino, lo ha amato, forse perché su quel ring riusciva a scaricare tutta la rabbia che aveva dentro; di questo sport nobile ha appreso codici e regole che lo hanno istruito e guidato per tutta la vita, per questo sport ha dato tutta la sua vita, ricambiato con successi ed onori.
Furono sessantuno gli incontri disputati da lui, di cui 56 vinti, 40 per KO, e solo 5 persi; combatté contro i più grandi pugili dell’epoca, da Sonny Liston a Floyd Patterson, da Joe Frazier a George Foreman, con cui ha incrociato i guantoni in un celebre incontro, nel 1974, a Kinshasa, nello Zaire.
Un oro olimpico nel 1960, a Roma, tre volte campione del mondo, per la categoria pesi massimi, ed un ricco palmarès di premi e riconoscimenti hanno contraddistinto la carriera pugilistica di uno tra i più grandi della storia della boxe.
Ma onori e successi non hanno mutato quel suo carattere sincero, schietto, diretto, persino sfrontato, anzi, lo hanno responsabilizzato, lo hanno maturato, gli hanno fatto prendere coscienza che da quel ring poteva combattere una grande battaglia, non personale, ma in difesa di tutta la comunità afro-americana.
Mai diplomatico, mai incline all’obbedienza cieca, in nome di un opportunismo o di vantaggi personali.
Come quando rifiutò la chiamata americana alle armi, che lo voleva arruolato nella guerra in Vietnam. Rifiutò di partire, affermò che quella guerra non riusciva a comprenderla, disse di non avere “niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato ‘negro'”, e per questo suo rifiuto fu costretto anche ad interrompere la sua carriera, con il ritiro della sua licenza sportiva, e dovette pure scontare un paio di anni di carcere per diserzione.
Duro e convinto sempre, come quando abbandonò quel suo nome così americano, Cassius Clay, che non sentiva suo, per farsi chiamare Mohammed Ali, richiamandosi in modo forte alla sua fede islamica, destando ulteriore scalpore in quell’America bigotta ed ottusa.
Ali fu sempre poco incline alla diplomazia, i suoi gesti, forti e decisi, furono utili a risvegliare le coscienze di una comunità troppo intorpidita, per riuscire a far comprendere che bianchi e neri appartenevano tutti alla stessa comunità, erano tutti fratelli con pari diritti e pari doveri. Gesti unici, come quando gettò la sua medaglia d’oro olimpica nel fiume Ohio dopo un ennesimo episodio di razzismo.
Ma Ali rivoluzionò soprattutto la boxe, il modo di concepire un combattimento, divenendone, a buon diritto, il re.
Le conferenze stampa prima del match, con lui protagonista, erano uno spettacolo, lontane anni luce dalle solite liturgie fatte di domande e risposte banali.
Risposte pungenti le sue, dichiarazioni forti, spesso arroganti, perché Ali era così: spavaldo, sicuro di sé, incapace di diplomazia, come quando dichiarò del suo avversario Joe Frazier: “è troppo brutto per essere un campione. È troppo stupido per essere un campione. Il campione dei pesi massimi deve essere intelligente e grazioso come me!
Anche sul ring il suo modo di combattere segnò una svolta nel mondo della boxe: non più un combattimento feroce, barbaro, violento, fine a se stesso; per lui la boxe era una danza, uno spettacolo che doveva evidenziare tutta la sua immensa grandezza, ma anche far divertire il pubblico; una danza comunque, mortifera, che univa l’agilità alla potenza dei colpi per mandare l’avversario al tappeto.
Forza ed eleganza le sue migliori qualità, per chi si sentiva onnipotente, per chi affermava di sentirsi “il più grande. Non solo li metto KO, ma scelgo anche il round”.
E fu, beffa del destino, proprio quel suo fisico statuario, quelle sue preziose fibre muscolari a cedere, facendolo precipitare nel baratro di una malattia devastante: il morbo di Parkinson.
Dentro un ring o fuori, non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra”.
Affrontò la malattia con dignità, da combattente, come solo lui poteva fare. Non si è nascosto al mondo, non si è rassegnato al beffardo destino; per trent’anni ha combattuto il male che lo stava divorando, scendendo dal ring ma continuando la sua battaglia civile, il suo impegno nella sua società, con il medesimo spirito battagliero, con il carisma di sempre ed il medesimo magnetismo che riusciva inevitabilmente, a coinvolgere tutte le persone, anche quelle più lontane dal mondo della boxe.
Celebre e carica di forti emozioni, la sua presenza come tedoforo alle olimpiadi di Atlanta, quando tutto il mondo intero vide la sua mano tremante tenere forte la fiaccola che accese il bracere.
Ora a 73 anni la vita lo ha messo KO, ma lo ha trasformato in una leggenda, un mito impresso nella nostra memoria, a cui tutti noi dobbiamo chiedere grazie, perché la sua lezione di sport e di vita ha, di forza, cambiato il nostro modo di ragionare.
È la ripetizione delle affermazioni che ti porta a crederci. E quella credenza si trasforma poi, in una convinzione profonda, e le cose cominciano ad accadere
Vola come una farfalla, pungi come un’ape, disse; oggi la farfalla ha smesso di volare, ma a tutti noi resta questo suo prezioso insegnamento.



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