ENZO TORTORA, LE SUE LETTERE DALL’INFERNO, LA SUA BATTAGLIA PERCHÉ “LA VERITÀ DEVE VINCERE”
“Io sono qui, e lo sono anche per parlare per conto di quelli che non possono, e sono molti, e sono troppi; sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora ricominciamo, come facevamo esattamente una volta”. Così esordì, il 20 febbraio 1987, Enzo Tortora, quando, dopo tre anni di assenza, ritornò finalmente in televisione, per condurre il suo programma.
Era la fine di un incubo, del suo incubo; era il ritorno alla normalità, dopo essere stato spinto in un baratro kafkiano, fatto di mala giustizia, fatto di errori ed accuse infamanti, di carcere, di processi, di pentiti presunti e di giudici, diciamo, poco attenti.
Il cosiddetto ‘caso Tortora’ fece scuola, insegnò molto, fece capire che basta poco per rovinare per sempre l’esistenza di una persona; che spesso la ricerca della giustizia passa per vie tortuose, strade sdrucciolevoli, per discese veloci negli inferi, e di lente risalite. Almeno questo avrebbe dovuto insegnare. E, invece, da quel lontano 1987 sembra che poco o nulla sia cambiato veramente. La giustizia, quella vera, quella giusta ed equa, sembra ancora una utopia; le riforme, tanto sbandierate, tanto annunciate, sono divenute, poi, semplici toppe per far vedere che qualcosa cambia, anche se nulla viene modificato in profondità; e dopo tantissimi anni, ci ritroviamo con i medesimi problemi, con le medesime circostanze, ed il ‘caso Tortora’ è divenuto un evento solo scolorito dal tempo, dimenticato dalla nostra memoria collettiva, volutamente o casualmente è difficile a dirsi, ma tant’è che oggi pochi lo ricordano veramente, pochi sentono ancora nelle loro coscienze, le grida strazianti della sofferenza patita da un innocente, costretto a subire la più atroce delle condanne, quella limitazione della propria libertà personale, ed il dover pure dimostrare tutta la propria innocenza, mentre le accuse infamanti ti piovono in testa, come pioggia acida, ed amici e conoscenti, giudicandoti colpevole, ti evitano per non sporcarsi il loro prezioso nome.
Per questo è salvifica la pubblicazione delle lettere scritte da Enzo Tortora dal carcere alla sua compagna, Francesca Scopelliti, dove a parlare non è il personaggio pubblico che tutti hanno conosciuto ed apprezzato, ma l’uomo Tortora, con tutte le sue fragilità, con le sue speranze, i suoi dubbi, le sue certezze, e la sua voglia di combattere una guerra santa per riabilitare il suo nome, sporcato con troppa superficialità, per veder trionfare la vera Giustizia.
La stampa del testo “Lettere a Francesca”, edito da Pacini Editore, è una iniziativa fortemente voluta da Francesca, fedele compagna di Enzo, che, con lui, ha vissuto il dramma del carcere preventivo, la sofferenza, il dolore di un uomo privato della propria dignità, per un fatto mai commesso; ha creduto in lui e accanto a lui ha lottato contro tutto e tutti, appoggiandolo e sostenendolo, dandogli forza e coraggio nei momenti bui, fino a vederlo prosciolto da ogni accusa, libero da un incubo lungo quattro anni, riabilitato anche in televisione, con il ritorno alla conduzione del suo programma.
Perché quelle quarantacinque lettere pubblicate, sono uno spaccato della quotidianità di un uomo violentato nell’animo, traboccano di dolce amore per la sua “Cicciotta”, che, dall’altra parte delle sbarre che li dividono, lotta con lui e per lui; sono il grido di dolore di chi sa di essere innocente, ma deve combattere per doverlo dimostrare.
“Mi tiene in piedi, solo, la volontà di dimostrare a quelli che amo, di essere innocente, e di uscirne a testa alta. Ma è stato atroce, Francesca: uno schianto che non si può dire. Ancora oggi, a sei giorni dall’arresto, chiuso in questa cella 16 bis, con altri cinque disperati, non so capacitarmi, trovare un perché, una ragione: trovo solo un muro di follia. Se è possibile questo, Francesca, è possibile tutto”.
Così le scrisse Enzo, a pochi giorni dal suo arresto, avvenuto quel maledetto 17 giugno 1983, alle 4 di mattina, quando i Carabinieri di Roma lo prelevarono per arrestarlo.
L’accusa fu infamante: lui, stimato giornalista e amato conduttore del piccolo schermo, non fu accusato per qualche indebito favore fatto o ricevuto, o magari per una diffamazione proferita a mezzo stampa, no! Fu accusato di associazione di stampo camorristico e spaccio di stupefacenti.
Enzo Tortora, il mite ed educato conduttore di Portobello, quello apprezzato da tutti per quell’innata gentilezza, quello che chiunque poteva considerare uno di famiglia, compagno di tante serate trascorse davanti alla televisione, accusato di essere un colluso con la camorra, dedido allo spaccio di droga, come un pusher qualsiasi. Dottor Jekyll e Mister Hyde, insomma.
Ad accusarlo? Un pentito di camorra a cui si aggiunsero altri, via via; diciannove in tutto, tutti pronti a puntare il dito contro di lui, tutti pronti a testimoniare, a giurare e spergiurare sulla sua condizione amorale di camorrista e spacciatore.
Prove? Nessuna, a parte una storiella di centrini che collegava Enzo Tortora ad un suo presunto accusatore; centrini fatti dal carcere da tale Pandico ed inviati alla trasmissione Portobello, per essere venduti all’asta; centrini che furono, per una beffa del destino, smarriti, ma prontamente risarciti con tanto di scuse. Ma ciò non evitò a Pandico di minacciare di vendetta il povero Tortora.
Altra prova regina: il nome di Enzo Tortora scritto a mano, con relativo numero di telefono, trovato nell’agendina appartenente ad un camorrista. Peccato che da analisi successive, e solo molto tempo dopo, il nome divenne Enzo Tortona, ed il numero non era quello del conduttore televisivo, ma di un commerciante di Caserta, colluso con la camorra.
Accuse labili, facilmente verificabili e facilmente smontabili, non impedirono, però, ad Enzo Tortora di trascorrere 7 mesi di carcere preventivo, di subire una condanna in primo grado, a dieci anni di carcere per associazione camorristica, e di venire, poi, prosciolto in secondo grado, nel 1986, con formula piena perché il fatto non sussiste, assoluzione confermata un anno dopo dalla Cassazione.
Quattro anni d’inferno per vedere riabilitata la sua immagine, umiliata da accuse infamanti e da una campagna mediatica schizofrenica, in cerca di gossip e scoop, spesso costruiti ad arte, come, ad esempio, quella della giornalista Cederna, proprio lei che soffiò sulle accuse, infondate, che distrussero l’immagine politica e privata del Presidente della Repubblica Leone, costringendolo alle dimissioni, proprio lei, che scrisse in un articolo: “mi pare che ci siano elementi per trovarlo colpevole; non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto”.
Una campagna mediatica che deluse Tortora, tanto da scrivere, in una lettera a Francesca: “non mi parlare della Rai, della stampa, del giornalismo italiano. È merda pura”.
Ci furono anche colleghi ed amici che pubblicamente, presero le sue difese, come Giorgio Bocca, Indro Montanelli, Enzo Biagi, che scrisse persino una lettera pubblica al Presidente Pertini, Piero Angela, Leonardo Sciascia, solo per citarne alcuni, ma molti si allontanarono da lui, molti si divertirono ad impallinarlo sulla carta stampata o in televisione, in una sorta di gioco al massacro, che lo stesso Sciascia ben definì così: “la divisione (tra ‘colpevolisti’ ed ‘innocentisti’) non avviene sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell’imputato o a suo favore, ma per impressioni di simpatia o antipatia…coloro che detestavano i programmi televisivi condotti da lui, desideravano fosse condannato; coloro che invece, a quei programmi erano affezionati lo volevano assolto”.
Tortora purtroppo finì coinvolto in una maxi retata contro la camorra, un’inchiesta giudiziaria che portò a 856 arresti; lui era solo il volto noto tra presunti camorristi e veri camorristi già in carcere, e, in un certo senso, la sua partecipazione, non voluta, al processo mediatico servì ai magistrati inquirenti per avere la giusta visibilità e la giusta notorietà, che li condussero, poi, a carriere brillanti, nonostante l’evidente errore giudiziario commesso.
“Solo tre categorie di persone (ho scoperto) non rispondono dei loro crimini: i bambini, i pazzi e i magistrati”, scrisse Tortora in una lettera, sapendo che loro “non hanno nulla in mano”, ma sempre più convinto che questa sua allucinante tortura purtroppo durerà moltissimo; “la lotta fra me innocente, e l’accusa, impegnatissima a dover dimostrare il contrario durerà a lungo”, scrisse quando intuì che gli interrogatori di garanzia erano una farsa, e, del processo, si allungava la sua data di celebrazione, di mese in mese.
Ma “Lettere a Francesca” è anche uno spaccato quotidiano sulla vita carceraria, sul sistema carcerario, sulle sue regole, che da allora ad oggi non sono cambiate, poi, granché.
“Il carcere sfibra – scrive Enzo Tortora – fiacca, riduce deboli con la sua ossessiva, monotona, interminabile ruota di ore. Poche le cose che ci consolano. Tra queste le lettere delle persone care. Le tue, Ciccia. Non disperare, non dubitare, non temere”.
E sulle condizioni disumane, a cui un detenuto è costretto ad abituarsi: “Ho indosso la tua maglia, ma fa un freddo atroce. È più che altro, l’immobilità alla quale sei costretto (vivo in uno spazio più piccolo di un bagno…) da cinque mesi che mi stronca, e in certi momenti, credi, è disperante”.
Una condizione che ti uccide l’anima, ti angoscia e ti deprime, a maggior ragione quando sai di essere innocente e vivi tutto ciò come un ingiusto supplizio.
Ma è anche l’amore per Francesca, per i suoi cari, per gli amici che da fuori lottano per lui, a tenerlo in vita, a non abbattersi, nonostante l’orrore in cui è costretto a vivere.
Ed è tenero quando chiede alla sua Francesca: “guarda per me il mare, baciami un fiore”, quando ricorda i loro momenti di felicità vissuti insieme, quando si preoccupa per la sua salute, per il suo lavoro, per la sua vita, invitandola a non deprimersi, a non buttare via il suo tempo.
Ma nelle lettere c’è anche tanta rabbia, tanta voglia di fare qualcosa per cambiare il sistema, quel sistema che trasforma gli uomini in bestie.
“Il mio compito – scrive – è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza: ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere. Su delazione di pazzi criminali”.
Una feroce battaglia che non si concluderà con la sua vittoria processuale, ma continuerà anche oltre, affinché ognuno possa avere un giusto processo, affinché ci sia la responsabilità civile dei magistrati, affinché venga promossa la terzietà del giudice, affinché ci sia la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e quella giudicante, affinché il sistema carcerario non leda più la dignità di una persona, divenendo un sistema correttivo e non solo punitivo.
Una battaglia, un grido di rabbia che solo un tumore malefico riuscirà a far tacere, ma che nessuno, ancora oggi, deve dimenticare, ma solo trovare il coraggio folle di proseguirla.
Perché “la verità deve vincere”, e, come disse Enzo Tortora, “voglio vederla in piedi”.








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