LILLI GRUBER: PRIGIONIERI DELL’ISLAM


L’arma del terrorismo è la distribuzione dell’angoscia” disse il filosofo polacco Zygmunt Bauman. Angoscia, paura, senso d’impotenza, sono questi gli stati d’animo che frustano l’Occidente, da quel maledetto 11 settembre 2001, quando Al-Qaeda mostrò al mondo tutta la sua brutale violenza facendo schiantare due aerei di linea, dirottati, contro le Twin Towers, sbriciolandole.


Quello è stato, forse, il punto di non ritorno: negli occhi occidentali l’orrore di una devastazione vissuta in casa propria, contro un nemico invisibile, impercettibile, ma che ha la capacità di cambiarti profondamente, di violentarti le abitudini; negli occhi di chi vive di fanatismo, ammantato di fede religiosa, la vittoria che se non si può sconfiggere il nemico lo si può far vivere nella paura e nel terrore, che forse, è pure peggio.
Da lì una lunga scia di sangue, di guerre per esportare la democrazia, per stabilizzare territori che hanno già grossi problemi interni tra fazioni e tribù; guerre che non hanno eliminato il nemico, non hanno stabilizzato nulla, ma hanno solo avuto la capacità di ingrossare ed allargare il fronte nemico, aumentare l’instabilità politica in certe aree mediorientali ed incrementare questo senso di angoscia, con gli attacchi che sono, purtroppo, di casa anche qui in Europa.
Lilli Gruber esce nelle librerie con un interessante documento, prigionieri dell’Islam, edito da Rizzoli, un testo a metà strada tra l’inchiesta giornalistica, l’indagine e la raccolta di informazioni e testimonianze, tutto estremamente utile per ricomporre i miliardi di pezzi impazziti di questo gigantesco puzzle, che in questo ultimo decennio ha sconvolto e mutato la nostra vita quotidiana.
Lilli Gruber compie questo lavoro con piglio giornalistico, con puntiglio, con la passione che l’ha sempre contraddistinta, senza verità né certezze da sbandierare, ma navigando nei dubbi che le vicende internazionali hanno sparso in questi anni, cercando solo di analizzarli e comprenderli, ma senza fornire, come è giusto che sia, risposte sicure e soluzioni certe; d’altronde la Gruber è una straordinaria giornalista, una tra le più capaci inviate di guerra, lei deve saper raccontare gli eventi, deve testimoniare la realtà che muta, non risolvere gli enormi problemi geopolitici.
E questo libro d’inchiesta, agile e leggero nella sua lettura, ne è la testimonianza più viva e libera.
Un testo che prende inizio proprio da un fatto che ha sconvolto la nostra Europa: il 13 novembre scorso, quando Parigi fu messa sotto attacco da un gruppo di estremisti, che lasciarono una lunga striscia di sangue ed orrore, conclusa con l’eccidio al Teatro del Bataclan. E fa strano leggere oggi, le impressioni che ebbe Lilli Gruber di fronte a quell’orrore vissuto più o meno in diretta, quando oggi abbiamo negli occhi lo strazio della strage di Nizza. Più o meno gli stessi mandanti, più o meno le stesse ragioni, più o meno gli stessi errori di cui si macchia l’Occidente, e le stesse vittime sacrificali, innocenti che pagano con la vita un loro momento di normale quotidianità.
Lilli Gruber affonda la sua ricerca seguendo tre direttrici: terrorismo, migrazioni, integrazione, che formano un triangolo potenzialmente mortifero per tutto l’Occidente, un cocktail esplosivo e mortale, che andrebbe affrontato seriamente e disinnescato.
Perché quel “prigionieri dell’Islam“, scritto nel titolo, non vuole minimamente affrancarci dalle nostre colpe, dalle nostre scelte sbagliate; noi non siamo solo vittime di questo orribile odio terrorista, ma, in qualche modo, anche complici, corresponsabili del nostro terrore, perché non abbiamo ancora avuto il coraggio di guardare in faccia il nostro nemico, di analizzarlo, di capirne le sue ragioni.
L’Islam è una religione e come tale deve essere considerata; al suo interno ci sono certamente, credenti più ciechi, credenti più fondamentalisti, come potremmo trovarli in qualsiasi altra religione, ma tutto quello che stiamo vivendo è puro terrorismo, che si nasconde dietro la fede religiosa, ma vive di interessi più terreni, come il potere, il controllo di un territorio e delle sue ricchezze; è il regolamento di conti tra fazioni opposte, è la risposta sbagliata al modus operandi errato, comunque, dell’Occidente; è il frutto di una certa ignoranza inculcata, che è divenuta forte convincimento.
Il viaggio della Gruber affronta il tema dell’immigrazione, partendo da Augusta, il porto che è divenuto avamposto e crocevia della disperazione.
Lì raccoglie testimonianze vere, drammi di vita umana, sofferenze e tragedie personali, quelle di disperati che sfidano la morte pur di fuggire dalla fame, dalla povertà, dalle guerre.
Lilli Gruber affronta questo dramma, lo analizza, lo sviscera, perché sa che una risposta concreta a ciò darebbe anche una risposta al male oscuro che stiamo vivendo. Una risposta che non può solo essere di tipo umanitario, ma soprattutto politica e diplomatica, una risposta concreta degli organismi internazionali e delle istituzioni, che non possono limitarsi ai semplici respingimenti, alla chiusura delle frontiere, all’innalzamento di muri o alla creazioni di campi accoglienza, dove si perde ogni forma di dignità per l’individuo.
E, qui, il discorso si allarga all’area mediorientale, dove tutto ha avuto inizio, e dove l’azione di difesa attraverso l’offesa, non ha prodotto i risultati sperati, tutt’altro.
L’Iran, l’Iraq, la Siria, le guerre che l’Occidente ha portato, i conflitti creati senza produrre soluzioni pacificatrici. Qui è nato il sedicente Stato Islamico, qui si sono fatte contrapporre tribù, già in conflitto fra loro, qui gli errori strategici sono stati più marcati, a partire proprio dalle scelte politiche americane di Bush. Hanno creato una polveriera che è esplosa e dalla quale è difficile uscirne senza ammissioni di colpa.
Ma d’altra parte, da quel maledetto 11 settembre ad oggi, sono stati eliminati molti nemici storici, tiranni barbari, ma non abbiamo reso il mondo più tranquillo, né un posto più sicuro. Osama Bin Laden è stato ucciso, Al-Qaeda è stata annientata ed è spuntato fuori l’Isis; abbiamo eliminato il dittatore Saddam Hussein, abbiamo soffiato sulla cosiddetta primavera araba, che ha eliminato il rais Mubarak in Egitto e Gheddafi in Libia, ma non siamo riusciti a pacificare i territori, a dare alla popolazione una speranza democratica, anzi, il conflitto è aumentato ed il controllo politico della situazione, smarrito.
Analizzare gli eventi, leggere tra le pieghe della storia, gli errori e le scelte sbagliate, ci dovrebbe aiutare a capire e comprendere, per trovare nuove soluzioni più convincenti ed efficaci.
Perché il terrorismo che ha sbriciolato le Torri Gemelle, quello che ha fatto saltare in aria le stazioni metropolitane di Madrid e Londra, quello che si è fatto scoppiare all’aeroporto di Bruxelles, quello che ha messo a ferro e fuoco Parigi, in una notte di novenbre, o Nizza, la notte in cui si festeggiava la festa nazionale, ha la sua origine qui, in quest’area mediorientale, dove ancora si combatte e dove ancora si cercano possibili soluzioni.
Ma il viaggio di Lilli Gruber indaga anche tra le moschee italiane, quella milanese di viale Jenner, quella romana di Centocelle, quella fiorentina, perché, l’Islam non deve farci paura, va capito, compreso e non trattato da nemico.
Anche perché le conversioni sono in aumento, e le proiezioni parlano di una popolazione musulmana che nel 2030, in Italia, raddoppierà. Certamente è difficile instaurare rapporti proficui e pacifici quando si costringe quasi, i musulmani a professare in un garage riadattato a moschea o in un capannone dismesso; il rischio di ghettizzarli, di porli ai margini della società è alto e potenzialmente pericoloso.
Ma è facile anche notare come una certa cultura retrograda, persino ignorante e falsa, possa albergare in alcune di queste moschee, come nell’esempio di Centocelle, a Roma, dove Lilli Gruber ha dovuto fare i conti con una sorta di decalogo della “Dignità della donna nell’Islam”, una serie di risposte scientifiche al limite dell’assurdo e del paradosso.
Certamente l’esempio più significativo, in senso positivo, ce lo offre quando incontra l’Imam di Firenze, Izzedine Elzir, che la Gruber definisce un “moderato, persino troppo”; egli è la guida spirituale di una comunità che è ben inserita nel tessuto sociale cittadino, con la loro moschea posta nel cuore della città, e non abbandonata in periferia, ghettizzata dentro un garage.
Perché l’obiettivo di tutti noi deve essere quello di trovare risposte concrete per “disinnescare la bomba dell’odio”, quella che ci sta uccidendo, quella che ci fa vivere con le paure e con il terrore.
E forse la risposta Lilli Gruber la trova in una parola sola: “disobbedienza“.
Quella disobbedienza che pronunciò in una intervista Obama, quando, nonostante tutte le pressioni esercitate su di lui, si rifiutò di attaccare la Siria, e si riavvicinò diplomaticamente all’Iran; la disobbedienza nel “rifiutare le pratiche imposte dal ‘sistema’ con cui il potere di Washington governa gli affari mediorientali”.
Un presidente nero con il coraggio della disobbedienza e un papa sudamericano con il coraggio dell’umiltà segnano l’inizio del XXI secolo. In maniera incommensurabilmente più forte e indelebile rispetto a tutti gli eredi di Osama bin Laden, a tutti gli adoratori dell’Isis, ai mercenari di al-Baghdadi e alle teste coronate che li finanziano. Dovremmo chiedere, a chi è in grado di influenzare la visione dell’islam, la stessa combinazione di spirito critico e di umiltà di cui hanno dato prova Obama e Papa Francesco. La sete di potere e la sete di legittimazione sono due enormi inganni, da cui anche i leader del mondo islamico non sono immuni“.
Perché da questo caos generato possiamo uscirne fuori; per queste paure che ci atterriscono, per queste guerre che ci spaventano, per quest’odio che stiamo coltivando, c’è solo una possibilità: la disobbedienza, alle convenzioni, ai diktat, alle credenze false ed ipocrite.
Mobilitarci è responsabilità di ciascuno di noi. Per opporsi al naufragio delle nostre civiltà, che è una realtà. E per negare con forza lo scontro di civiltà, che invece è una menzogna”.



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