FRANCIA E GERMANIA, UNA LUNGA SCIA DI SANGUE INNOCENTE. MA LA COLPA È TUTTA SOLO DELL’ISLAM?


È da quel maledetto 11 settembre del 2001, quando due aerei di linea furono dirottati e trasformati in bombe umane da schiantare contro le Twin Towers, simbolo della grandezza americana, che il nostro mondo è precipitato velocemente nell’inferno più profondo.


Allora era Al-Quaeda il problema, Bin Laden il nemico, la terra afgana quella da bombardare; poi il nemico è stato individuato in Saddam Hussein e fu abbattuto con un’altra guerra; poi abbiamo sposato la cosiddetta primavera araba e abbiamo partecipato all’eliminazione di Mubarak, il rais egiziano, e Gheddafi in Libia. Abbiamo migliorato il mondo? Lo abbiamo reso un posto più tranquillo, più sicuro? No! Visto che da Al-Quaeda siamo finiti nelle mani dell’Isis, e quel che è peggio, è che la guerra ce la ritroviamo pure in casa. Gli attentati alla metropolitana di Londra, a quella di Madrid, l’attentato all’aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles, gli attacchi a Charlie Hebdo, la messa sotto assedio di Parigi, il 13 novembre scorso, con la strage al Bataclan, sono solo esempi vivi di come tutti noi abbiamo sbagliato strategia ed obiettivi.
Ma non finisce qui, purtroppo. Perché ci sono anche gli attentati negli alberghi, nei resort, nei ristoranti sparsi in tutto il mondo, in Kenia, in India, in Bangladesh, in Pakistan, nelle Filippine, al Museo del Bardo, in Tunisia. Attacchi nel mucchio, solo per perseguire due obiettivi: colpire gli Stati che non fiancheggiano l’Isis, distruggendogli l’unica loro economia, il turismo, e spaventare l’Occidente, punendo gli infedeli.
Uno degli ultimi, in ordine di tempo, a Nizza, nel giorno della festa nazionale, giovedì 14 luglio; una carneficina, senza un perché, senza un movente valido. Un altro attacco nel mucchio, senza eserciti invasori da combattere, senza armi da impugnare, senza nemici visibili e riconoscibili da affrontare.
Dobbiamo comprendere chiaramente che questi che stiamo combattendo sono solo semplici terroristi che usano la fede islamica come scudo giustificativo. Sono bastardi puri, che mettono in azione la strategia del terrore solo per atterrire il loro nemico. La fede islamica qui centra poco o nulla e finché non lo comprendiamo, continueremo a subire attacchi, a piangere per l’orrore in cui siamo costretti a vivere, ad urlare di rabbia per le stragi assurde che viviamo, che subiamo e che ci stanno paralizzando la nostra esistenza, la nostra quotidianità.
Lo Stato islamico lo abbiamo creato noi occidentali, andando a combattere guerre nei territori arabi, per abbattere presunti nemici, ma lasciando lì, solo una lunga scia di orrore, di polvere ed incertezze politiche. Esportare la democrazia fu una scelta politica errata e continuare a perseguirla ha generato solo instabilità geopolitiche in territori già al collasso, per indigenza e povertà, con tribu già in conflitto tra loro.
Combattere uno Stato inesistente, composto da esaltati mercenari, per noi occidentali, con le nostre armi ipertecnologiche, non è, poi, così complesso, e, infatti, i territori controllati da loro si riducono ogni giorno, ed ogni giorno vediamo una loro resa, una loro fuga.
La strategia del terrore fatta da filmati con gli infedeli, prigionieri, vestiti di arancione, condannati a torture e supplizi, ammazzati con un colpo di pistola, sgozzati o bruciati vivi, è servito in gran parte ad esaltare qualche fanatico religioso e ad atterrire l’Occidente. Questo era utile ieri, oggi non più.
L’Isis ha già fatto propaganda, ha già convinto tantissimi disperati ad abbracciare la causa fondamentalista.
Gli attentati sul territorio occidentale, il colpire obiettivi sensibili, solo per creare il massimo del terrore con il minimo sforzo, è stato il passo successivo. Sconfitto in casa, l’Isis sposta l’obiettivo in casa altrui, quasi a dire: a casa vostra non sarete più sicuri.
Aeroporti, metropolitane, monumenti simbolo, sono obiettivi sensibili che possono essere controllati minuziosamente, attentamente, se solo riuscissimo a comprendere che il grosso del lavoro andrebbe fatto a monte attraverso l’intelligence.
Con le stragi parigine di Charlie Hebdo, del Bataclan e con quelle di Bruxelles, abbiamo scoperto che i nemici li abbiamo creati in casa, sono figli di un dio minore, ragazzi figli di immigrati, nati e cresciuti in occidente, ma mai integrati veramente; un disagio, quello loro, un senso di abbandono che ha trasformato il loro Stato di nascita, da madre a matrigna, scatenando in loro un profondo odio che il terrorismo fondamentalista ha incanalato verso un obiettivo, trasformandoli in macchine da guerra. Noi, occidentali, invece di fare il mea culpa per un’integrazione finta e buonista, che non affronta e risolve i problemi reali, invece di modificare quell’idea di multiculturalismo, che è solo di facciata, perché ghettizza e separa gli uni da tutti gli altri, lasciandoli ai margini della società, andiamo a scatenare guerre nel mondo, per combattere presunti nemici e per scacciare i fantasmi dalla nostra coscienza che è troppo sporca.
L’obiettivo dei fondamentalisti è raggiunto: toglierci la serenità del vivere quotidiano, della normalità, come prendere un aereo, un treno, o andarci a mangiare qualcosa in un locale, o ascoltare un concerto. Ma non basta.
Le cellule dormienti, i forein fighters, quelli che sono andati in Siria per essere addestrati, ragionano da militari ed organizzano attacchi pianificati, ben orchestrati, come quello parigino di novembre scorso, dove tutta la città fu presa d’assalto, dallo Stade de France dove si giocava un’amichevole della Nazionale francese, sino al Bataclan, il teatro dove si stava svolgendo un concerto. Hanno sparato all’impazzata sulla gente seduta nei bistrot e nei bar che incontravano lungo la via, spaventando, ferendo ed uccidendo quante più persone possibili. Sono entrate nel teatro ed hanno vomitato raffiche di mitra su inermi che erano lì per divertirsi e lì hanno incontrato la loro assurda morte.
Un commando di cinque, sei persone che trasforma in una notte, Parigi in un far west, senza che la polizia, l’esercito riesca a fermarli per tempo, a bloccarli, ad impedire, magari, la mattanza finale al Bataclan, dovrebbe solo farci riflettere su come, noi occidentali, intendiamo la sicurezza nazionale: scarsa preparazione, scarsa capacità di gestire l’emergenza in modo repentino e fulmineo, scarsa capacità d’intelligence, visto che gli attentatori vivevano tra Parigi ed Bruxelles, e visto che, almeno un paio di loro ha viaggiato per l’Europa, andando e tornando dalla Siria.
Di loro cosa si è saputo in seguito? Che avevano visto il carcere per piccoli furti, per spaccio di droga, che venivano da quartieri difficili, che avevano abbracciato la causa dell’Isis più come estremo atto di disperazione per dare un senso alle loro misere vite, che per mero convincimento religioso. Non frequentavano assiduamente la Moschea, non erano soliti rispettare i precetti religiosi, non blateravano fanatismi né inneggiavano a chissà quale martirio; erano dei disperati che dovevano colmare il vuoto delle loro vite: l’Isis li ha addestrati, gli ha dato una ragione valida per morire, ha colmato quel vuoto riempiendolo di fanatismo.
Da qui, dai nostri errori dovevamo capire come combattere veramente il nostro nemico in casa: innanzitutto non ghettizzare l’islamico tout court; non tutti gli islamici sono fondamentalisti, non tutte le moschee sono centri di reclutamento, non tutti gli Imam sono maestri di morte. Attraverso un attento e minuzioso lavoro d’intelligence, dovevamo discernere il religioso da ciò che è marcio; i primi vanno integrati, fatti sentire parte di una comunità, i secondi espulsi, allontanati, eliminati perché non portino altro male. Poi, ci dovrebbe essere un piano specifico per chiudere i rubinetti dei tanti finanziatori, nel panorama internazionale, che foraggiano lo Stato Islamico, la sua guerra santa, la sua follia; ma spesso rischiamo di trovare tra questi Stati finanziatori anche i nostri preziosi partner commerciali, e allora per ragioni opportunistiche, si fa finta di nulla, magari si alza un po’ la voce, si tira su qualche minaccia, ma in concreto, si fa veramente nulla.
E continuiamo a vivere sotto assedio psicologico, con un pazzo folle, con un commando, che all’improvviso entra in un locale affollato di occidentali e fa una strage. In ogni parte del mondo, nessuno può sentirsi al sicuro perché nessuno è in grado di garantirci la massima sicurezza.
Nizza è stato un altro esempio dell’evoluzione del terrore. C’erano proclami, nei giorni precedenti, che invitavano ad attaccare la Francia nel suo giorno di festa nazionale; la Francia, appunto, già esposta a diversi attacchi in quest’ultimo anno, e che aveva istituito uno stato d’emergenza, per massimizzare i controlli, limitando le libertà individuali.
Ma ora non è più tempo di commandi ben organizzati, non è più tempo di comprare armi o fabbricarsi bombe. Troppi controlli non rendono agevole tutto ciò; ora è il tempo dei lupi solitari, di coloro che pensano ed attuano, autonomamente, un atto dimostrativo, il più sanguinoso possibile, divenendo così, martiri della causa fondamentalista.
Ma quello che è successo a Nizza ha dell’incredibile e dell’assurdo. La gente si riversa sul lungomare per assistere ai fuochi d’artificio: è il 14 luglio, la festa nazionale. Lo spettacolo pirotecnico è appena terminato e sulla Promenade des Anglais, la passeggiata sul lungomare, trasformata per l’occasione in un’isola pedonale, appare un tir bianco, lanciato a folle velocità contro le persone. Procede a zig-zag, sparando pure all’impazzata, proprio per colpire più gente possibile, come fossero birilli.
A guidarlo, per oltre un km., è il franco-tunisino Mohammed Lahouaiej Bouhlel, un piccolo criminale, già conosciuto alle forze dell’ordine, depresso e disperato, che per una notte di presunta gloria si è votato alla causa fondamentalista.
Lo Stato francesce dovrebbe spiegare a quei 84 corpi innocenti e alle più di duecento persone ferite, come mai, in uno Stato in cui vige la massima sicurezza, in uno Stato già sottoposto a diversi eccidi, un pazzo folle si possa immettere su una strada chiusa al traffico con un tir bianco e percorre oltre un km quasi indisturbato, uccidendo e ferendo innocenti venuti a guardare uno spettacolo. Dov’erano le forze speciali che avrebbero dovuto presidiare almeno gli ingressi a quell’isola pedonale, al posto di comuni vigili urbani? Perché il luogo è stato chiuso con semplici transenne, che non hanno impedito, comunque, al tir bianco di salire su un marciapiede ed immettersi lungo la Promenade des Anglais? Dov’era l’intelligence, in uno Stato che aveva già subito diversi attacchi ed era stato oggetto di proclami farneticanti che invitavano a colpire la Francia proprio il 14 luglio? Perché dopo l’ennesimo eccidio nessuno ha sentito il dovere di dimettersi assumendosi le responsabilità morali, quanto meno, per ciò che è accaduto?
Domande che cadono nel vuoto delle coscienze di chi ci dovrebbe tutelare; domande che non trovano risposta, se non quella di continuare a bombardare qui e lì, in rappresaglia all’affronto subito.
Ma visto che al peggio non c’è mai fine, il male si sposta dalla Francia alla vicina Germania.
Prima il 17enne afghano, Muhammad Riad, un rifugiato, che assale un treno regionale in Baviera e, a colpi d’ascia e coltello, inneggiando ad Allah, ferisce cinque persone, prima di essere abbattuto dalle forze dell’ordine. Si scoprirà in seguito che la sua è stata una vendetta contro gli infedeli, in onore di un suo amico morto, giorni prima, in terra afgana e che aveva, pure, forti legami con il mondo che ruota intorno all’Isis.
Qualche giorno dopo un altro ragazzo, di diciotto anni, tedesco, ma di origini iraniane, ha fatto fuoco in un centro commerciale di Monaco di Baviera. Nove i morti, che il folle ragazzo ha lasciato per terra, prima di suicidarsi, ed una ventina i feriti.
Ma in questo caso la follia che ha armato il ragazzo non sono le farneticanti esternazioni dell’Isis, ma la depressione, i suoi disturbi psichici e gli atti di bullismo che ha subito durante il suo percorso scolastico.
E visto che in questo caso non ci sono bandiere nere da issare, non ci sono rivendicazioni jihadiste da fare, né Allah da invocare, tutto il mondo politico sembra, colpevolmente, tirare un sospiro di sollievo.
Peccato che trascorreranno soltanto pochi giorni quando un ventisettenne profugo siriano, Mohamed Delel, a cui era stato rifiutato il diritto d’asilo, invece che essere rispedito in Bulgaria, ha avuto il tempo di organizzare un attacco terroristico in Baviera, ad un festival musicale. La prontezza dei riflessi della polizia ha evitato che il giovane entrasse nell’area dell’evento, per cui ha deciso di farsi esplodere davanti ad un ristorante, provocando quindici feriti, ma nessun morto, eccetto lui.
Qui però, l’Isis c’è e rivendica l’attentato, ed i collegamenti tra il pseudo attentatore siriano e l’autoproclamato Stato Islamico sono forti e reali.
E dalla Germania, di nuovo in Francia, dove un gruppo di jihadisti prende d’assalto un Chiesa cristiana, sgozza il prete quasi settantenne ed un fedele, prima che la polizia irrompa, liberando i sette ostaggi ed uccidendo i due terroristi. È successo oggi, in Normandia, e, tra le cose bizzarre, uno dei due terroristi aveva pure un braccialetto elettronico, era già stato giudicato come un pericoloso potenziale terrorista, ma invece di essere rispedito al mittente, invece di finire nelle patrie galere, lo hanno messo ai domiciliari!
I recenti casi di Nizza, quelli tedeschi e di Saint-Etienne-du Rouvray, ci danno chiari segnali: i lupi solitari sono già in agguato, pronti ad immolarsi per la causa terroristica; ora non servono neanche più i proclami dell’Isis per scatenere il loro inferno, ora basta soltanto lo spirito di emulazione, che attentati e carneficine possono venir fuori in qualsiasi punto geografico ed in qualsiasi momento.
Non basta definirli dei folli, non basta ricercare nella loro misera vita i motivi che li spingono al loro martirio. I casi tedeschi parlano di profughi più o meno accolti a braccia aperte, ma poi, abbandonati al loro destino, né integrati pienamente, né considerati fratelli. La Francia dimostra tutta la sua fragilità nel servizio d’intelligence e di sicurezza nazionale, se non riesce a controllare adeguatamente un territorio, come è successo a Nizza, se permette ad un considerato potenziale terrorista di finire ai domiciliari, con tanto di braccialetto elettronico, come fosse un ruba galline qualsiasi.
Qui non c’è quasi nulla dell’Islam, e poco del fantomatico Stato Islamico, che non ordina né progetta più attentati, ma si fregia dei risultati che cani sciolti disadattati, mettono autonomamente in pratica. Qui si tratta di come controllare al meglio un territorio, di come far convivere civilmente comunità culturali e religiose diverse fra loro, in modo armonico, facendoli sentire tutti parte di una grande comunità e non ghettizzati. Qui si tratta di come espellere i potenziali nemici che abbiamo già in casa, prima che ammazzino qualcuno. Qui si dovrebbe fare un grandissimo mea culpa e collaborare tutti insieme, con tutti gli Stati membri di una Europa immobile e fragile, che uniscano forze ed informazioni, per evitare di continuare a macchiare di sangue innocente la nostra terra. Qui si tratta di far emergere l’Islam moderato ed europeo, sempre che ne esista uno, perché è comunque difficile per chi professa una religione così totalitaria poter vivere in uno Stato laico, senza sentirsi di troppo, non accettato, rifiutato.
Finché non inizieremo questo processo di vera integrazione, non rinunciando, però, alla nostra identità per trasformarci in qualcos’altro, continueremo a vivere di terrore e paura, a piangere vittime innocenti, a cercare una scusa pausibile che giustifichi poi, nuovi raid aerei, nuovi bombardamenti, nuove guerre, che non risolveranno, certamente il problema, ma lo acuiranno. E questo è soltanto il principio della nostra fine.



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