GIULIA BONGIORNO: “LE DONNE CORRONO DA SOLE”. PECCATO CHE LA META DELLA PIENA EMANCIPAZIONE ANCORA NON SI VEDE


Nessuno ci vieta di nutrire ambizioni o di scegliere lavori impegnativi, ma anche se non è vietato, non è davvero accettato”.

Forse il nodo del problema è proprio questo: accettare una realtà che è mutata notevolmente, rispetto ad un passato fatto di retaggi culturali e stereotipi, ed avere comunque la convinzione che molto deve essere ancora fatto.


L’Avvocato Giulia Bongiorno porta in libreria un testo spinoso, per le questioni affrontate, un testo schietto e sincero, proprio com’è la sua indole; un testo dalla lettura leggera e veloce, ma che lascia un po’ di amaro in bocca e la testa piena di sane riflessioni.
Le donne corrono da sole – storie di emancipazione interrotta”, edito da Rizzoli, già nel titolo racchiude tutta l’essenza dei temi trattati.
Al centro c’è la donna, il suo ruolo nella società, quella lotta per i diritti ancora da conquistare, che sembra essersi fermata, sospesa nel tempo, quasi avessero esaurito le energie per lottare ancora.
La Bongiorno lo scrive apertamente: “Dobbiamo avere molto più degli uomini se davvero vogliamo recuperare il meno avuto fin qui”; un invito chiaro e diretto a riprendere la lotta, punto su punto, perché “è soltanto con la disparità che possiamo emanciparci dalla discriminazione che ci accerchia e ci sovrasta”.
Infatti, l’emancipazione del ruolo femminile all’interno della nostra società, è una conquista al di là dal divenire.
Certamente, oggi il ruolo delle donne è diverso, in positivo, rispetto a quello delle loro mamme o nonne, relegate piuttosto all’immagine di dee del focolare, casalinghe a cui era impossibile avere sogni o obiettivi se non quello di accudire e crescere i figli e avere cura della casa e del marito.
Le lotte femministe, negli anni hanno alzato l’asticella sociale, hanno conquistato diritti, fatto valere i loro bisogni ed esigenze, ma sembra che tale spinta si sia assopita, quasi a volersi accontentare di un formale diritto sulla carta che troppe volte viene disatteso nella realtà dei fatti.
Un testo franco e sincero quello scritto da Giulia Bongiorno, un pugno nello stomaco per chi non vuole minimamente osservare la realtà dei fatti; è una sana riflessione, basata su storie vere, quelle raccolte da lei stessa nel suo ruolo di avvocato, che spesso diventa anche una confidente per i suoi clienti, ma anche storie personali, vissute in prima persona, sulla propria pelle.
Perché oggi, è vero, la donna è in carriera, e spesso raggiunge anche successi straordinari, ma il prezzo per loro da pagare è altissimo.
Questa società ha creato un mostro mitologico, che la Bongiorno chiama “carrieringhe”, casalinghe in carriera, che “che aspirerebbero a essere felicemente anfibi e invece rimpiangono l’acqua quando sono sulla terra. E la terra quando sono in acqua“.
Perché quel ruolo di madre e moglie, le donne non possono proprio abbandonarlo, per la loro natura, ma altresì, non vogliono rinunciare alla possibilità di avere un lavoro, una soddisfazione professionale, sentirsi complete ed appagate.
Per questo vivono profondi conflitti, enormi sensi di colpa, e spesso si accontentano del minimo, o rinunciano a tutto per il quieto vivere.
Una donna sa che deve correre più di un uomo, per dimostrare di essere all’altezza del compito affidatole, sa che deve correre da sola, in una jungla piena di ostacoli e difficoltà, perché sa che può contare solo sulle proprie forze e capacità; sa che deve essere abile equilibrista tra i mille impegni, i mille compiti affidatele, in un arco di tempo comunque breve, perché per tutti la giornata è composta da sole ventiquattro ore.
Ma sa che spesso deve compiere sacrifici e rinunce, in un verso o nell’altro, perché a questo bivio, prima o poi, la società ti ci porta comunque.
Una donna che vuol fare carriera deve dimostrare di essere molto più della ‘signorina buongiorno e arrivederci’, deve dimostrare di essere in grado di sapersi assumere responsabilità e compiti gravosi.
Ma se sul lato professionale ciò la può appagare, questa corsa contro tutto e tutti, la limita sul lato sentimentale. Come può impegnarsi pure nel ruolo di madre e di moglie, se deve sempre dimostrare di saper stare al passo con le esigenze della società? Come può svolgere nel modo giusto il compito di casalinga e di donna in carriera, se si continua a percepire le due cose solo in modo conflittuale?
Molte donne sono costrette ad abbandonare, prima o poi, i loro sogni professionali per relegarsi al ruolo di madre a tempo pieno; affermano di farlo per scelta e con convinzione, ma la loro è solo un’amara rinuncia.
Perché altrimenti, continuano a correre nella società, continuano a dimostrare di essere capaci di stare al passo, ma scoprono che, quando il desiderio di maternità diventa impellente, l’orologio biologico rischia di aver già scandito l’ultima ora, ed il verdetto diventa oramai, inappellabile.
Colpa di una società che continua a declinarsi al maschile? Beh, difficile non affermarlo, quando ancora oggi siamo capaci di dividere i mestieri in maschili e femminili, i ruoli ed i compiti in maschili e femminili, i giochi stessi in maschili e femminili.
Difficile per un padre, ancora oggi, occuparsi seriamente della casa, dei figli, condividendo gli impegni con la madre; al massimo si limitano ad accompagnarli a scuola, a giocarci mentre la mamma è intenta a preparare la cena. Poca cosa di fronte alla mole di lavoro, di impegni, di necessità che deve saper gestire la donna.
Difficile per un marito accettare che la propria donna abbia qualità che altri apprezzano, che abbia riconoscimenti professionali, e magari successi economici; ciò svilirebbe quel suo ruolo stereotipato di colui che porta i pantaloni, di colui che deve mantenere e sostenere la famiglia.
Allora i diritti acquisiti fino ad ora, che fine hanno fatto? Sono scritti sulla carta, ma spesso vengono disattesi nella realtà dei fatti.
È l’ipocrisia della società, che con una mano ti invita a camminare con le proprie gambe, e con l’altra ti tiene legata a sé; è l’ipocrisia del genere maschile, che parla di rispetto, di amore, e poi alza muri incredibili per impedirti di librare in volo, ti fa crescere i sensi di colpa, e molte volte sfiora l’umiliazione solo per ripristinare il suo bel mondo stereotipato.
Dove sono gli strumenti adatti affinché una donna possa sentirsi appieno madre e donna in carriera? Tipo gli asili, aziendali e non, ad esempio, che permetterebbero ad ogni donna di poter gestire entrambi i ruoli senza dover scegliere se deve assentarsi dal lavoro per stare a casa, o abbandonare il proprio bambino per andare al lavoro.
Dov’è il congedo parentale, e perché raramente gli uomini lo utilizzano? Forse non hanno capacità di dare la pappa al proprio figlio, raccontargli una favoletta o fargli un bagnetto? Oppure tutto ciò svilisce la loro immagine stereotipata, per cui lo delegano volentieri alla donna?
Perché alla donna che sceglie di restare a casa, di svolgere il compito di casalinga, non viene riconosciuto un salario, uno stipendio sociale, visto il suo alto e significativo compito all’interno della società? Forse, anche questo servirebbe da riscatto sociale, equiparando il ruolo di badare alla prole e governare la casa a quello che nei fatti è: un lavoro vero e proprio. Ciò ridarebbe dignità sociale alla donna che sceglie di stare a casa, e forse, anche molte situazioni di violenze psicologiche e fisiche sarebbero meno tollerate dalla donna stessa che le vive quotidianamente.
Non bastano le quote rosa, non bastano i diritti scritti sulla carta, se non cambiamo il modo di concepire la nostra società, senza dividerla in rosa e blu.
Ma la colpa è anche della donna stessa, e questo lo scrive nero su bianco, la stessa Giulia Bongiorno. “Ci siamo accontentate di un’uguaglianza formale”, facendo “poco o nulla per proseguire un percorso che, nonostante i molti passi avanti, è in realtà ancora ben lontano dall’essere concluso”.
Perché sembra proprio esserci nell’indole femminile, quell’alto senso giustificativo, quel non voler ammettere che si deve ancora lottare per cambiare, quell’accettare con rassegnazione, uno status quo che è ancora fortemente limitativo per la dignità femminile.
Magari rinunciano al loro sogno professionale e dicono che va bene così, è una propria libera scelta, perché mica possono chiedere sacrifici al proprio compagno in carriera. Che magari, un giorno, quando la prole è cresciuta, torneranno al loro lavoro, coltiveranno il loro sogno professionale, mentendo a se stesse, sapendo di mentire.
Perché la donna, purtroppo, continua a parlare dei propri disagi solo tra donne, senza cercare un vero confronto con l’universo maschile; forse anche per non turbare una quiete sociale e familiare apparente, forse per la paura di non essere comprese. Ma questo non dialogo non facilita l’emancipazione, non aiuta l’universo femminile a farsi riconoscere realmente i propri diritti, ad avere la possibilità di essere madre e manager, senza dover rinunciare a nulla e senza vivere il tutto con i sensi di colpa.
Allora, forse ha ragione la Bongiorno, la donna deve pretendere molto di più per riuscire a colmare il minimo sinora ricevuto; deve tornare ad essere guerriera e combattere per vedere non solo scritti principi e diritti, ma anche attuati nella realtà di tutti i giorni.
Perché si sa, solo quando la donna si arrabbia, allora l’uomo si arrende.



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