STRAGE FERROVIARIA IN PUGLIA: VITTIME DI UN FATO AVVERSO IN UNA ITALIA IRRESPONSABILE


La tragedia della morte trasforma la vita in destino“, scrisse André Malraux. Quello che è accaduto in Puglia, in una afosa tarda mattinata di inizio luglio, sulla maledetta linea ferroviaria Bari-Barletta, nel tratto tra la stazione di Corato e quella di Andria, è il gioco beffardo di un triste destino, che ha trasformato la routine quotidiana in una tragedia assurda.


Due treni, carichi di passeggeri, come è naturale che sia, visto l’orario, vengono tragicamente a scontrarsi. Un urto violentissimo che produce uno straziante scenario apocalittico: i treni accartocciati su se stessi e, tra grovigli di lamiere, i feriti, tanti, troppi, e, purtroppo, i morti. Ventitré le vittime accertate di questa tragica fatalità, in cui la mano dell’uomo e la superficialità di una certa politica, hanno giocato un ruolo pesante.
Ci vogliono dieci minuti di treno per raggiungere la stazione di Andria, partendo da quella di Corato; diciassette km da percorrere; una normalità, questa, che ha vissuto sempre sul filo del rasoio della fatalità. Perché quel tratto ferroviario è a binario unico, ossia due treni non possono passare nello stesso momento, non possono incrociarsi.
L’assurdo non è l’esistenza del binario unico, quello lo possiamo trovare in tantissime tratte ferroviarie, da nord a sud, ma è il sistema di gestione del tratto stesso, un sistema desueto, vecchio di cinquant’anni!
Su quel tratto, infatti, i treni viaggiano con il sistema del “blocco telefonico”: i due capistazione sono in contatto attraverso fonogrammi e dispacci; uno dà il via al proprio treno, mentre l’altro fa aspettare il proprio in stazione, e quando il primo è passato, si dà il verde a quello in attesa. Solo così i due treni possono viaggiare in direzioni opposte, sullo stesso binario, senza incrociarsi.
Un sistema obsoleto, questo, antico, carico di rischi enormi: basta un errore di comunicazione che la tragedia è gia servita, inevitabilmente.
Forse è proprio ciò che è accaduto quella mattina: il treno che parte da Corato, viaggia con 8 minuti di ritardo, mentre quello che da Bari ha raggiunto Andria è in perfetto orario. I capistazione, non si sa ancora il perché, forse per la confusione generata da quei ritardi, forse a causa dell’eccessiva mole di lavoro, visto che sono due i treni che partono dalla stazione di Corato in direzione Andria, danno entrambi il verde ai propri treni, che si mettono in marcia su quel binario della morte, sfidando la consuetudine, il destino, il fato. Viaggiano a velocità sostenuta, 80/90 km/h, ma questo è nella norma su quel tratto, quando a ridosso di una curva i due treni si scontrano frontalmente. Nulla potevano fare i due macchinisti, nessuno poteva percepire il pericolo in agguato, nessuno poteva vedere l’altro sopraggiungere. Lo scontro è stato inevitabile, terribile, tragico.
Quei treni viaggiavano in deroga a tutte le norme sul traffico ferroviario; non ci sono segnali semaforici lungo quella tratta, non ci sono sistemi di blocco frenata d’emergenza, non c’è nulla per evitare una possibile catastrofe. Solo quel sistema fonografico, solo dispacci ed una paletta che viene alzata dal capostazione, rosso o verde a seconda del caso.
Proprio come accadeva un tempo; ma, peccato che in tutto questo tempo trascorso, il numero delle corse sia aumentato considerevolmente, peccato che il numero dei pendolari che usufruivano di questo servizio sia cresciuto tantissimo, peccato che il numero dei treni in percorrenza sia stato moltiplicato, per garantire proprio il servizio di trasporto.
Tutto il sistema è cambiato, tranne che i sistemi di sicurezza; quelli sono rimasti fermi ad epoche lontanissime, e rendevano il viaggiare su quella tratta una sfida alla fatalità, una sfida al caso; un rischio enorme, che ogni passeggero, inconsapevolmente, si prendeva, salendo su quei treni.
Non lo sapeva Fulvio Schinzari, vicequestore, di 59 anni, di rientro dalle ferie; non lo sapeva Antonio Summo, di 15 anni, mentre tornava a casa dopo aver sostenuto un esame per il recupero dei debiti formativi; non lo sapevano Enrico Castellano, pensionato di 74 anni, né Jolanda Inchingolo, di 25 anni, che si sarebbe sposata a settembre, né Donata, che con il suo corpo è riuscita a salvare la vita a suo nipote, né Gabriele Zingaro, di 23 anni, che da poco aveva trovato lavoro; non lo sapeva Patty Carnimeo, estetista di trent’anni, non lo sapeva Francesco Tedone, studente universitario di 19 anni, né Alessandra Bianchino,  catechista di 29 anni, né Salvatore Di Costanzo, agente di commercio di 59 anni. Questi sono solo alcune delle vittime di questo terribile schianto, gente comune, volti anonimi, persi in una quotidianità che un fatale destino li ha uniti in un tragico evento.
Magari ne erano consapevoli Luciano Caterino, di 37 anni, Pasquale Abbasciano e Albino De Nicolo i macchinisti ed il capotreno dei due convogli interessati dal disastro ferroviario; magari pregavano che non succedesse nulla di grave ogni volta che percorrevano quel tratto, oppure si affidavano al destino, affinché li salvasse da siffatte tragedie.
E, ciò che era una semplice ipotesi di rischio, purtroppo, in quella mattinata di un martedi di inizio luglio, così afosa, così caotica, è divenuta tragica certezza.
Un’intera città, un’intera Regione, ma anche tutta la Nazione, piange quelle vittime innocenti, gente comune, gente normale, la cui sinistra fatalità ha squarciato la loro quotidianità trasformandola in un evento tragico.
Ma questo disastro ferroviario non può essere semplicemente bollato come errore umano, ci sono responsabilità più grandi, più pesanti che devono essere vagliate e portate alla luce, perché chi ha messo quei treni nelle condizioni di viaggiare in queste condizioni, con tutte le deroghe, mentre veniva potenziata la linea, collegata anche con l’aeroporto barese, deve rispondere delle proprie omissioni ed incapacità gestionali.
Ed è quello che la Procura di Trani sta proprio verificando.
Perché di errori umani, in questa tragedia, ne possiamo vedere tanti: il capostazione di Andria che dà il via libera al proprio treno, quando solo il primo dei due treni in partenza da Corato è giunto in stazione; colpa di quei ritardi che hanno generato una certa confusione nel povero capostazione? Forse un errore lo avrebbe compiuto pure il capostazione di Corato, che ha fatto partire il secondo treno in attesa in banchina, quello poi, vittima dello scontro, prima che gli giungesse il via libera da Andria; bastava leggere attentamente i fonogrammi scambiati per verificare che le tempistiche di percorrenza non sono congrue, per generare un minimo dubbio in loro; ma se la situazione è calda, se il caos è ai limiti, lo stress da lavoro può condurre anche in errore.
Anche i macchinisti e i capitreno, che viaggiavano in direzioni opposte e contrarie avrebbero dovuto accorgersi che qualcosa non andava: il personale a bordo ha tutti i dispacci, erano consci della pericolosità di quel tratto, e quelli che stavano sul treno in partenza da Andria potevano benissimo vedere che dei due treni in arrivo da Corato, solo uno era presente in banchina.
Questo è ciò che risulta dalle prime indagini, con una ricostruzione degli eventi che prosegue attentamente, per non lasciare nulla al caso.
Ma se l’uomo è fallibile e può essere indotto in errore, ci dovrebbero essere i sistemi tecnologici a limitare, se non addirittura impedire, che simili stragi possano accadere. Soprattutto in un mondo che vive la propria quotidianità in modo ipertecnologico.
E sono proprio quelli mancanti su quella tratta, e qui va aperto tutto un altro capitolo d’indagine, che si sposta sulla società privata, la Ferrotramviaria, che gestisce le Ferrovie Nord Barese, sull’Ustif, l’ufficio periferico del Ministero dei Trasporti e Infrastrutture, che si occupa, tra le molte cose, pure dei collaudi, delle autorizzazioni e dei controlli periodici, e che ha concesso quelle deroghe per viaggiare su quella tratta senza sistemi tecnologici di sicurezza; ma anche sugli uffici regionali e forse anche quelli ministeriali.
Perché in questa tragedia c’è un’altra vicenda che ha il sapore dell’amara beffa, e che delinea il nostro sistema Paese come immobile, paralizzato, lento e prevedibile.
C’è una direttiva europea che pone vincoli specifici e regole ferree in materia di sicurezza ferroviaria, proprio quella che viene derogata nel tratto Andria – Corato; c’è un finanziamento europeo ottenuto per ammodernare quel tratto di ferrovia, un finanziamento pubblico che la società Ferrotramviaria ha ottenuto nel periodo 2007-2013, ma lo ha, poi, spostato a quello successivo (2014 – 2020); e ci sono anche i contratti di gestione della tratta, che legano la società privata alla Regione Puglia.
Fa strano notare che l’Europa concede finanziamenti pubblici per sistemare quella tratta ferroviaria, e da quel 2007 passano tantissimi anni per completare i lavori di ammodernamento, lavori necessari, fondamentali, per la sicurezza di tutti i viaggiatori. Basta solo vedere che l’apertura del bando di gara sarebbe avvenuto verso la fine di luglio, appena pochi giorni dopo quel maledetto incidente. Perché tutto questo scorrere di tempo inutile in attesa di dare corso a quei lavori necessari? Problemi sull’esproprio dei terreni, necessario per trasformare il binario unico in un doppio binario? Problemi burocratici tra i tanti attori più o meno istituzionali che siedevano al tavolo per attuare il progetto di ammodernamento, tra ritardi, rimpalli ed un mucchio di inutili carte da inviare da un ufficio all’altro?
E ci fermiamo qui con le ipotesi, senza cercare maliziosamente altro, visto che di norma gli appalti pubblici vedono anche attori più o meno nascosti, magari legati al corruttivo mondo del malaffare. Questo aspetto, al momento non presente sullo sfondo di questa terribile tragedia, lo lasciamo volentieri alla magistratura inquirente.
Resta il fatto che sarebbero bastati due milioni di euro per rendere più sicuro quel tratto di ferrovia a binario unico; due milioni di euro per installare su quel tratto di linea ferroviaria un sistema automatizzato di blocco treno; due milioni da spendere subito, cercando tra i fondi regionali, quelli ministeriali oppure nelle casse della stessa società privata, per fornire un servizio di sicurezza migliore rispetto all’affidarsi alle capacità umane, in attesa di mettere in piedi tutto il progetto di ammodernamento, che la stessa Comunita Europea aveva già approvato e finanziato.
E qui sta la straordinaria capacità, in negativo, del nostro sistema Paese, e di chi lo governa.
Noi siamo capaci d’investire una montagna di soldi in progetti faraonici, che, magari, mai realizzeremo, per un miliardo di buoni motivi o di giusti impedimenti; sogniamo l’alta velocità, i collegamenti più veloci possibili, con treni che somigliano a meravigliosi salottini, comodi e belli, per rendere il nostro viaggio il più piacevole possibile; buttiamo tempo, denaro ed energie nel progetto TAV, che dovrebbe collegare Lione con Torino, e non siamo, però in grado di assicurare un servizio decente ai tantissimi pendolari, che percorrono tratte fatiscenti, su treni stipati all’inverosimile, che attraversano stazioni abbandonate. Sono i milioni di treni regionali, che da nord a sud, vivono tutti più o meno gli stessi disagi: incuria, ritardi, senso di precarietà.
Essi sono necessari al trasporto locale, ma per le aziende rappresentano spesso un peso piuttosto che un guadagno. E così un servizio diventa un disservizio, i disagi sono all’ordine del giorno, e i pendolari diventano vittime, e nel caso pugliese, pure sacrificali, di un sistema che se non è corrotto, quantomeno è ignavo.
Sabato è il giorno dei funerali, del lutto, del silenzio, della rabbia e del dolore; le polemiche, le indagini, le inchieste devono lasciare spazio a quelle ventitré bare, agli occhi gonfi di dolore dei loro famigliari, al silenzio, muto e attonito di tanti cittadini di questo spicchio di Puglia, che quel treno lo hanno preso un milione di volte, e, magari, da domani, dovranno iniziare a riprenderlo, consci di quante volte hanno loro rischiato di finire dentro una bara.
L’unica cosa in cui si può sperare è che la magistratura faccia il suo corso, non si limiti all’errore umano, non cerchi il capro espiatorio, ma vada in fondo, cerchi i veri responsabili di questa tragedia, di chi ha permesso e consentito a quei treni di viaggiare sfidando il fato ed il destino.
La Puglia, terra fiera e forte, terra di secolari ulivi, simbolo di pace, merita di avere risposte certe, chiare e sicure, e non essere più lo scenario naturale di tragedie così terribili e così prive di un seppur labile senso.




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