ACCUMULI, AMATRICE, ARQUATA DEL TRONTO, COME L’AQUILA SETTE ANNI FA: UNA NUOVA TRAGEDIA SCONVOLGE L’ITALIA CENTRALE

Come l’Aquila, sette anni fa, stesso orario, stessa immane tragedia. Una scossa, un boato ed il crollo improvviso che ti sveglia nel cuore della notte; è la terra che trema, la Natura che scatena la sua forza distruttiva; una devastazione che non ti lascia scampo: ti spaventa, ti terrorizza, spesso non ti dà neanche scampo, e ciò che doveva essere la propria casa, il proprio sicuro, confortevole rifugio, diventa, purtroppo, la propria tomba.


Accumuli, Amatrice, gli epicentri nel reatino, Arquata del Tronto quello nella provincia di Ascoli Piceno.
Paesi, borghi abbarbicati alle pendici di incontaminate montagne, con le loro tante, tantissime frazioni sparse su un territorio vasto, paesi che d’inverno tornano alla loro placida quotidianità, mentre d’estate si vestono a festa, con il ritorno alle proprie radici di quelle tante persone che fuggono dallo stress della propria vita per recuperare una dimensione più umana, per ritrovare i propri cari, i propri ricordi. E poi, i tanti turisti che raggiungono quello che era un pittoresco borgo come Amatrice, patria di una delle paste più conosciute e famose al mondo, che il paese avrebbe celebrato con una storica sagra proprio in questo week end.
Il terremoto in pochi secondi ha spazzato via tutto ciò, lasciando solo macerie, morte e desolazione.
Erano le 3.36 del 24 agosto, nel cuore della notte, quando i sogni cullano il nostro riposo, quando, improvvisamente, la forte scossa sismica ti sveglia, e ti fa correre via lontano da un mostro che non vedi, ma senti, un mostro che inghiotte tutto e ti trascina nelle viscere della terra, sepolto da detriti, dalle macerie della propria casa.
Una scossa di magnitudo 6.0, a 4 km di profondità, ha squassato la terra e sconvolto la vita di interi paesi.
Qui è un dramma vero, sono nel mezzo di un paese che non c’è più”, furono le prime disperate parole di Sergio Pirozzi, il sindaco di Amatrice, quando, dopo la scossa vide la sua città in ginocchio, mentre il fumo della polvere colorava tristemente la limpida notte, illuminata dalla sola bianca luna, e le urla e le grida di dolore, di paura squarciavano quel silenzio irreale.
I soccorsi, immediati, hanno fronteggiato, con tutti i loro limiti, l’improvvisa emergenza: organizzare il trasporto dei feriti verso gli ospedali più vicini, sistemare coloro che ce l’hanno fatta a fuggire per tempo, in luoghi più sicuri, strappare da quei cumuli di macerie, in cui erano ridotti i paesi interessati dal sisma, vite umane, sperando di non trovare cadaveri. Una ricerca estenuante questa, resa difficoltosa dalla natura urbanistica di questi piccoli borghi, con le sue stradine piccole ed intricate, che il terremoto ha trasformato in un immenso deposito di calcinacci, travi e mattoni.
Il silenzio irreale dell’alba, utile per sentire in quella devastazione, flebili voci, grida, lamenti disperati di chi ancora poteva farcela, di chi era ancora aggrappato alla vita; un silenzio squarciato dal grido “è vivo!”, appena riuscivano a tirar fuori qualcuno, una tensione che si scioglieva in un applauso incoraggiante, e subito giù a cercare, a scavare, a strappare alla morte quante più vittime possibili.
Saranno tanti i morti, 247 secondo l’ultimo triste conteggio, ma è un numero che purtroppo potrebbe crescere ancora, perché sono tanti i non residenti giunti qui per il loro ultimo scampolo di vacanza di questo fine agosto, tanti i turisti giunti qui per la sagra della pasta all’amatriciana, che si sarebbe celebrata in questo fine settimana.
E l’albergo-ristorante Roma, ad Amatrice, così rinomato, così conosciuto, purtroppo collassato su se stesso, con i suoi settanta posti, è divenuto il triste simbolo di questa tragedia; non si sa ancora quanta gente, quanti ospiti alloggiava, quante persone sono riuscite a fuggire via, quante, invece, sono rimaste intrappolate al suo interno.
È la Natura che scatena la sua forza, spesso creatrice, talvolta distruttice.
La catena appenninica è, per la sua orogenesi, una catena montuosa relativamente giovane, il movimento delle placche è parecchio attivo, per cui il rischio di terremoti, in questa area, stretta tra l’Umbria e le Marche, tra l’Abruzzo e l’alto Lazio, è una zona, purtroppo, a forte rischio; fu così per il terremoto che sconvolse l’Umbria, sulla fine degli anni novanta, devastando Assisi, fu così per il terremoto che sconvolse l’Aquila sette anni fa. Allora come oggi, piangiamo i nostri morti, e ci chiediamo il perché di questa tragedia, se era evitabile, se si poteva prevenire. La risposta purtroppo è sempre la stessa: i terremoti sono eventi naturali che non possono essere calcolati con nessun sistema scientifico ad oggi esistente. Possiamo monitorare i movimenti della crosta terrestre, ma quando la Terra decide di scatenare l’inferno, oramai è troppo tardi per lanciare disperati allarmi. Quello che si può fare è la prevenzione, per ciò che concerne la mano umana, che troppo spesso gioca con gli equilibri naturali.
Si deve essere consci che si sta seduti su una pentola a pressione, pronta a deflagrare; si deve essere consci che si sta costruendo su un terreno minato, pronto a spaccarsi, inghiottendo tutto e tutti.
Ormai abbiamo osservato che ogni 4 o 5 anni c’è un sisma che colpisce la dorsale appenninica. Eppure gli amministratori non fanno prevenzione. Il risultato è che l’Italia è arretrata come il Medio Oriente: in un paese avanzato una scossa di magnitudo 6 non provoca crolli e vittime”. Questo è ciò che ha dichiarato all’Huffington Post, il geologo Mario Tozzi, e non ha tutti i torti.
Prendiamo ad esempio, Amatrice, un gioiello urbanistico incastonato tra il verde rigoglioso delle montagne appenniniche: già nel 1600 ci fu un altro evento sismico che la distrusse, è posta su una delle faglie in movimento, il rischio è alto, enorme. Che crollino, sotto lo scuotimento tellurico, le antiche case del borgo, può essere anche cosa naturale, ma che si sbricioli il plesso scolastico di Amatrice, inaugurato solo nel 2012 secondo sistemi antisismici, a detta loro, è pura follia.
Ecco la prevenzione dovrebbe partire proprio da qui, costruire con efficienti sistemi antisismici e ristrutturare gli edifici esistenti, seguendo gli stessi principi.
Un investimento immane, questo, che andrebbe affrontato seriamente, prima o poi, per evitare che tragedie come queste, distruggano vite, esistenze, storia e cultura di luoghi che dovrebbero dall’uomo essere protetti, custoditi e difesi, senza, poi, maledire il fato malevolo o appellarsi alla clemenza di Madre Natura, quando avvengono devastazioni di tale genere. Perché tragedie come quella avvenuta ieri non causino più così tanti morti innocenti, vittime non di una Natura infame, ma dell’ignavia dell’uomo.


Commenti