STEFANO CECCANTI: PERCHÉ SÌ ALLA RIFORMA COSTITUZIONALE


Diceva Ennio Flaiano che “la situazione politica in Italia è grave ma non è seria”, e, osservando la realtà nostrana appare che tale affermazione sia lo specchio più veritiero.
Dopo gli scandali di Tangentopoli sembra che nessuno si sia più ripreso: i partiti storici sono crollati sotto il peso delle loro gravi responsabilità, morali e non solo, e quelli che son nati sulle loro ceneri non hanno né la forza né la credibilità per affermare convintamente proposte e ricette valide per superare annosi e gravosi problemi che la nostra amata Italia si trascina da tempo immemorabile, oramai.

Basterebbe pensare alla recente proposta di Riforma Costituzionale per fare il conto di questa situazione che sfiora l’assurdo, per certi versi.
Da troppo tempo, infatti, cerchiamo una forma istituzionale più agile, che superi quel bicameralismo perfetto che vollero i nostri Padri Costituenti; da troppo tempo, chiunque ha l’onere di governare questo malandato Paese, lamenta di avere le mani legate, di rischiare troppe volte di rimanere impantanato nella palude parlamentare, che governare è più una ricerca estenuante di equilibri precari che volontà di fare per cambiare lo status quo.
Ebbene, di fronte all’ennesima riforma costituzionale, invece di entrare nel dibattito, analizzando la proposta votata dal nostro Parlamento, si fa azione di sottile demagogia, tanto per creare confusione, e per acuire gli animi, sfidandoli in sterili dibattiti che non porteranno a nulla di concreto. 
Spingere per il NO al referendum di autunno solo per mandare a casa un Governo, creare isterismi circa un eventuale esito negativo referendario, quasi che se non venisse confermato nella consultazione autunnale potrebbe accadere chissà quale catastrofe, è pura miopia demagogica di una politica vuota di idee e di proposte.
Il Professore Stefano Ceccanti, fine costituzionalista, docente di diritto pubblico comparato e già Senatore della Repubblica, ha le idee piuttosto chiare su tale tematica, e non ha timore a manifestarle apertamente.
Ed il primo nodo su cui si incaglia il dibattito politico è appunto la famosa data in cui gli elettori dovrebbero andare a votare. Una data che era prevista, in modo ufficioso, verso gli inizi di ottobre e che pian piano sta scivolando verso novembre, ma sulla quale nulla di ufficiale ancora è stato deciso; e tale mancanza viene giudicata da molti come un tentativo del Governo attuale di posticipare il problema.
Non è, però ciò che crede il Professore Stefano Ceccanti.
Infatti, sostiene il Professore “non c’è nessuna polemica da fare. La legge dà al Governo, dal momento della decisione della Cassazione, 60 giorni per indire il referendum e un periodo tra 50 e 70 giorni come finestra per stabilire la data dell’effettiva celebrazione. La responsabilità è quindi del Governo. Siccome la materia è complessa, credo sia auspicabile che si vada verso la parte finale della finestra consentita, in modo tale da consentire un’effettiva possibilità di conoscenza dei contenuti”.
E, proprio sui contenuti s’incaglia nuovamente il dibattito. La riforma presentata dal Governo è di per sé molto articolata, poiché modifica più di quaranta articoli della nostra Costituzione.
Trasforma il Senato della Repubblica nel Senato delle Regioni, diminuendone anche il numero degli eletti. I nuovi Senatori saranno eletti tra i consiglieri regionali ed i Sindaci, come espressione delle realtà territoriali, e non godranno di alcuna diaria oltre quella già percepita, quindi un doppio incarico ma senza ulteriori benefici economici.
Inoltre, stabilisce che la sola Camera dei Deputati sia l’unico organo elettivo a suffragio universale, che può dare o togliere la fiducia al Governo, superando, così, finalmente, il bicameralismo perfetto. Vengono, inoltre, riscritte anche le modalità per l’elezione del Presidente della Repubblica e di altri organi istituzionali, e riviste le materie di competenza regionale e quelle di competenza nazionale, con una ventina di materie che ritornano alla competenza esclusiva dello Stato, per evitare quei persistenti conflitti Stato-Regioni.
Questi, in sintesi ed in modo molto semplificato, sono gli elementi salienti della Riforma approvata dal Parlamento, e che dovrà essere giudicata dagli elettori.
Una riforma che alcuni autorevoli costituzionalisti giudicano in modo negativo, puntando il dito sul fatto che tale riforma appare disomogenea, per il numero elevato di articoli toccati, e per i diversi argomenti riformati, giudicando il nuovo Senato troppo debole e puramente rappresentativo, rilevando che l’eccessivo potere delegato ad una sola Camera, unito alla nuova riforma elettorale, l’Italicum, potrebbe creare un disequilibrio dei poteri, con la stessa Camera dei Deputati troppo schiacciata alla volontà governativa. Inoltre, prevedono che il nuovo iter legislativo invece che semplificare andrà a complicarsi per la pluralità dei procedimenti legislativi, differenziati a seconda delle diverse modalità di intervento del nuovo Senato, con leggi bicamerali, leggi monocamerali ma con possibilità di emendamenti da parte del Senato, e differenziate, poi, a seconda che tali emendamenti possano essere respinti dalla Camera a maggioranza semplice o a maggioranza assoluta.
E anche sulla cosiddetta spending review, altro punto a cui mira questa riforma, in molti, tra gli oppositori, credono che sia un altro obiettivo mancato, perché tale risparmio, a loro giudizio, non è poi, così rilevante e consistente.
Anzitutto – sostiene il Professor Ceccantinon capisco cosa significa troppo debole. Le Seconde Camere non danno da nessuna parte la fiducia al Governo e per il resto, hanno di norma solo un potere di rinvio momentaneo delle leggi, superabile da una nuova deliberazione della camera che ha l’esclusiva del rapporto fiduciario. Qui siamo appunto nella norma”.
Per le cariche istituzionali – prosegue – i giudici costituzionali di estrazione parlamentare sono stati suddivisi: 3 alla Camera e 2 al Senato. I quorum per Presidente della Repubblica e Csm sono così alti che c’è bisogno di forti consensi anche al Senato”.
I costi – conclude il suo ragionamento il Professore Ceccanticome in tutte le operazioni di spending review sono ridotti soprattutto quando la riforma va a regime e, comunque, il riparmio maggiore è indiretto: è dato dalla riduzione dei conflitti tra Regioni e Stato a cui condurrà l’istituzione del nuovo Senato”.
E chi sostiene, invece, che tale riforma sia frutto di una maggioranza ondivaga e variegata, e non rispetta quel principio di forte condivisione che dovrebbe essere spirito guida di una riforma costituzionale, il Professore Ceccanti ha una opinione molto diversa: “In realtà – sostiene – questa è una riforma condivisa. È sorta dall’accordo politico sulla rielezione di Napolitano e dal lavoro tecnico della commissione dei saggi nominata dal Governo Letta”.
Dopo l’elezione di Mattarella – ricorda il Professore – Forza Italia, che aveva votato la riforma nelle prime letture, si è ritirata unilateralmente per ragioni politiche, non di contenuto. Il fatto che il voto finale non sia stato condiviso non annulla il fatto che la riforma sia condivisa. C’è un problema legato alla lunghezza del percorso che è durato tre anni: è difficile per forze di opposizione reggere ad una collaborazione così lunga, perché altri gruppi di opposizione possono accusarle di essere subalterne al Governo”.
Non ci potevano essere comunque alternative migliori: si sarebbe dovuto accettare un veto per ragioni non di merito?” è la domanda retorica che si pone il Professor Ceccanti, fornendo, così, una risposta chiara a tutti coloro che parlano di una Riforma scritta sotto dettatura del Governo.
Ma c’è anche chi si oppone alla Riforma costituzionale per mere ragioni politiche e per puri calcoli opportunistici, vedendo nel fallimento referendario la giusta spallata per far cadere il Governo. D’altra parte lo stesso Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, su questa Riforma ha spinto tanto e ci ha pure messo la faccia: l’investimento del Governo è stato notevole, l’obiettivo da raggiungere è significativo, in pratica la ragione primaria della nascita di questo stesso Governo, per cui è naturale che l’esito referendario sia la cartina di tornasole del Governo Renzi e della sua maggioranza parlamentare.
L’importante – afferma il Professor Ceccantiè che gli elettori abbiano consapevolezza del merito.Non nascondiamoci però dietro un dito: questa è la decisione più importante della legislatura. Se l’elettorato dovesse smentire il lavoro del Parlamento sarebbe esaurita anche la legislatura, non solo il Governo”.
Una risposta, questa del Professore, netta e decisa a chi punta a far fallire un processo riformativo solo per meri calcoli di bottega, senza assumersi con coraggio, gli oneri di questa loro scelta.
Perché questo, forse, è il dato più eclatante del nostro sistema politico: la mancanza di coraggio nel fare delle scelte, l’assenza di idee, anche in opposizione a quelle proposte dall’attuale Governo.
Un vuoto politico che i partiti stessi non riescono a colmare, perché troppo impegnati a risolvere le proprie questioni interne, un vuoto che ci ha portato ad avere negli ultimi anni, tre Governi non usciti dalle urne elettorali, ma dall’alchimia parlamentare, con il solo scopo di far ripartire il nostro Sistema Paese; un vuoto che spinge anche tanti elettori a disertare gli appuntamenti elettorali, nauseati dal pessimo spettacolo offertogli, fatto di demagogia urlata, di zuffe e beghe che poco risolvono i reali problemi in cui è invischiata la nostra società .
Questa analisi, sostiene il Professor Ceccanti, “è in realtà un assist per la riforma. Dato che in 4 elezioni su 6 dopo il 1994 vi sono state maggioranze diverse tra Camera e Senato, la riforma costituzionale risolve in radice questo problema e, in combinato con l’Italicum, porta a una chiara legittimazione dell’esecutivo”.
Poi è evidente – prosegue – che non tutto possono fare le norme costituzionali ed elettorali. Lo stato di salute dipende anche dall’interazione tra domanda e offerta”.
La vittoria del sì – sostiene convinto il Professore Ceccanticreerebbe comunque un quadro di incentivi più coerente”.
E forse, anche per questo, l’appuntamento referendario di questo autunno, che sia ottobre o novembre conta poco, dovrebbe essere preso con maggiore considerazione ed importanza, e non trasformato in un terreno di scontro per puri calcoli politici; anche per questo si dovrebbe abbandonare lo scontro ideologico, fazioso e demagogico per entrare nel cuore della riforma stessa, nell’idea di Nazione che traccia, per valutare serenamente se è quella migliore.
Perché la Costituzione è sacra, un testamento vivo della memoria, un lascito prezioso che i nostri Padri Costituenti ci hanno donato, ma ad oggi, in una società che è mutata, essa dovrebbe meglio aderire a quelle nuove esigenze che i tempi storici in cui viviamo ci propongono.
Lasciare tutto com’è per poi lamentarsi che così non va bene, è uno sterile esercizio che l’Italia non può più permettersi; invocare riforme e non sedersi, poi, al tavolo delle trattative per non dover così ragionare con il nemico politico, è mancanza di coraggio, indegno per la nostra Nazione; gettare al vento un’occasione riformistica solo per pura demagogia, senza entrare nel merito della questione è un errore che possiamo pagare caro.
Ma d’altra parte, soltanto qui in Italia la situazione politica è solo grave, mica seria!




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