ALLA SALA UMBERTO, CARLO BUCCIROSSO PRESENTA IL DIVORZIO DEI COMPROMESSI SPOSI


Torna in scena Carlo Buccirosso con il suo irriverente spettacolo sui promessi sposi, al Teatro Sala Umberto di Roma, dal 20 dicembre sino all’8 gennaio 2017.
L’artista napoletano dopo 9 anni riprende in mano il suo spettacolo, “i compromessi sposi”, lo trasforma e ne trae un nuovo spettacolo “il divorzio dei compromessi sposi“, una piece teatrale divertente, ironica, godibile, riflessiva.

È questa anche la straordinaria bravura di Carlo Buccirosso, rinnovare ed innovare un proprio testo che già si dimostrò di successo, e centrare in pieno l’obiettivo.
Nuovi attori, nuove musiche, nuove battutte ma lo stesso effetto: pungente, ironico, divertente, con Carlo Buccirosso a condurre i fili della trama, a dettarne i tempi comici, a giocare con il suo pubblico e con i suoi attori.
Uno spettacolo, questo, promosso dall’Ente Teatro Cronaca Vesuvio Teatro, che trae liberamente, ma molto liberamente, ispirazione dal noto romanzo manzoniano.
D’altra parte il voluminoso romanzo scritto da Alessandro Manzoni nasce su una idea molto semplice: due giovani che desiderano sposarsi, ma ciò gli è impedito dal signorotto locale, che si è invaghito della ragazza promessa sposa. Un testo semplice che si arricchisce di innumerevoli risvolti grazie all’inserimento di personaggi significativi, che offrono molteplici letture al suddetto romanzo.
Buccirosso torna all’origine, prende il fulcro tematico del romanzo e lo lavora a modo suo, rendendocelo un pezzo di puro teatro.
Così il Don Rodrigo, interpretato straordinariamente dallo stesso Buccirosso, diventa un usuraio dell’entroterra campano, emigrato con i propri scagnozzi, sulle rive del lago di Como, “non Como centro, ma su un ramo!“. E lì tenta di portare avanti quella sua professione poco nobile, ma così fin troppo inflazionata. Il Don Rodrigo di Buccirosso si innamora di una Lucia, così ingenua, capricciosa e pure stonata fino all’imbarazzo, promessasi sposa a Renzo, un ragazzotto che tende ad essere sempre irascibile.
Come la storia vuole, il Don Rodrigo, per impedire l’imminente matrimonio, va a minacciare direttamente il pavido Don Abbondio, che, tra le altre cose, ha preso pure soldi in prestito dallo stesso, e non ancora restituiti. Facendo leva anche su questo debito convince il curato a desistere dal proposito di celebrare il matrimonio, attuando il primo caso nella storia di “separazione prematrimoniale, non consensuale, a tasso di interesse fisso”.
Il problema resta convincere Lucia, che è innamorata di Renzo. Decide allora, di prepararsi per bene, per chiedere la sua mano direttamente ad Agnese, sua madre. “Mi fate un pacchetto o me la date sfusa?” è la sua irriverente richiesta, facendo leva, anche qui, su un debito che Agnese ha contratto con Don Rodrigo.
I ragazzi dopo aver tentato di sposarsi comunque, ingannando il prete con la complicità della sua Perpetua, una napoletana che si finge veneziana, e che per soldi si vende pure le mutande, sono costretti alla fuga: Renzo a Milano, Lucia dalla Monaca di Monza, dove le sorelle tentano in tutti i modi di dissuaderla dal proposito di votarsi alla castità.
Don Rodrigo, messo sotto scacco da questa fuga è costretto a rivolgersi all’Innominato, una sorta di Padrino, che gli presta a sua volta i soldi, utili a Don Rodrigo per i suoi affari loschi.
Il Padrino-Innominato si lascia convincere per rapire Lucia, ma una volta avutala di fronte, inizia il suo percorso di redenzione, culminato con la confessione d’innanzi al Cardinale Borromeo.
I giovani, intanto, si ritroveranno nel lazzaretto, dove c’è pure Don Rodrigo, colpito da peste bubbonica, anche se aveva preferito essere “al Cardarelli, ma non c’era posto“.
Il lieto fine così, forse può aver luogo, ed i giovani finalmente si potranno sposare, sempre che qualcuno non osi ostacolare di nuovo il loro amore.
Il Don Rodrigo di Buccirosso perde tutta la malvagità di quello manzoniano, appare più uno stalker della povera Lucia, e in questa nuova veste, nessuno riesce a condannarlo definitivamente, perché a suo modo sembra pure simpatico.
È questa la genialità di Carlo Buccirosso: riscrivere un testo teatrale su una storia che tutti conoscono a memoria e trarne una straordinaria piece teatrale, che è comica, nelle trame e nelle battute, un po’ farsa, un po’ musical, viste anche le diverse canzoni che intervallano e legano fra loro i diversi atti, canzoni, come “Il Triangolo”, “Nessuno mi può giudicare”, “Tammurriata nera”, “La canzone di Marinella”, “Funiculì fumiculà”, che utilizzano basi musicali famosissime, ma il cui testo viene completamente riscritto, ovviamente in chiave satirica.
E poi c’è la straordinaria babele di dialetti che viene messa in scena, dal napoletano al veneziano, dal bergamasco al toscano, dal siciliano al calabrese, funzionale a dare ritmo ed ulteriore verve comica, con sketch ad alto tasso comico.
Carlo Buccirosso è riuscito così a creare “uno spettacolo che trova i suoi innegabili punti di forza nella tradizione teatrale e nel divertimento della più classica delle satire popolari”, e che avrebbe fatto morir dalle risate persino il serioso Alessandro Manzoni.




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