RENXIT: ED IL PREMIER FINISCE CONGELATO
Dopo lo spoglio delle urne referendarie, a risultato sufficientemente delineato, il Premier Matteo Renzi ha preso la parola, per una prima dichiarazione a caldo.
Era domenica notte, all’incirca intorno a mezzanotte e mezza, quando Renzi entra nella Sala dei Galeoni, e prende la parola. Ammette la sconfitta, vissuta tutta come una sconfitta personale, accetta il verdetto senza alzare i toni polemici, annuncia le sue dimissioni da Presidente del Consiglio, e rilancia la palla politica nel campo avversario: tocca a loro fare proposte politiche per una nuova legge elettorale, lui, da Segretario di partito, che è comunque maggioranza in Parlamento, si tira indietro, restando in attesa.
Nel suo breve discorso c’è molto poco della liturgia politica italiana, molto, invece, di quella di stampo anglosassone: l’ammissione tout-court della sconfitta, senza troppi giri di parole, il passo indietro enunciato e fatto, quasi ad espiare la colpa di un proprio errore politico, senza cercare scusanti, senza prendere tempo, come, invece, è nei nostri costumi politici.
Ma Matteo Renzi sulle sue sconfitte politiche ha costruito i suoi grandi successi: quando corse per la Segreteria del PD e venne sconfitto da Bersani, ammise i suoi errori, accettò il verdetto, riprese con più convincimento il proprio percorso politico e partitico, sino a conquistare la Segreteria, e da lì Palazzo Chigi. Oggi farà la medesima cosa, un passo indietro, non per allontanarsi, ma per prendere la rincorsa.
Matteo Renzi è egocentrico, è ambizioso, saccente, arrogante e, politicamente vendicativo; la sua Segreteria è stata segnata da strappi, fronde, da discussioni animate, polemiche, velenose, perché Matteo Renzi è così: o con lui o contro di lui.
Non accetta il compromesso, non cerca diplomaticamente il consenso, lui se lo prende, con quell’aria guascona, la sua parlantina, che trasforma i suoi discorsi in estenuanti monologhi, dove troppo si parla di sé e poco di ciò che farà.
E questi sono gli atteggiamenti che hanno spinto gli Italiani ad andare alle urne in massa per esprimersi sulla sua Riforma Costituzionale, e che hanno convinto 6 Italiani su dieci a votargli contro.
Il Renzi che lottava per la Segreteria comunque piaceva, rappresentava la novità politica in un mondo stantio e vecchio, anche con quella sua arroganza, anche con il suo giglio magico e la sua Leopolda; quella voglia di rottamazione del vecchio politico, quegli scontri tutti interni al PD, contro i D’Alema, i Bersani, simboli della politica attaccata al potere, è divenuta energia propulsiva che lo hanno lanciato nell’orbita, acclamato dal popolo che viveva una nuova speranza di cambiamento.
Il Renzi che ha raggiunto Palazzo Chigi, attraverso gli antichi giochi di Palazzo e non attraverso democratiche elezioni, si è poi, trasformato: si è imbolsito, imborghesito, si è beato del successo conquistato, perdendo il contatto con la realtà sociale del suo Paese, circondato da una corte di amici e fedelissimi, che a lui tutto dovevano, e per questo hanno preferito assecondarlo invece che consigliarlo.
Aveva la possibilità di sfruttare un momento magico per dare vita ad un progetto riformistico e ad un’azione politica più incisiva, sfruttando proprio il fallimento del Governo Letta, che lui aveva comunque, contribuito a logorare; un po’ era come dire: sono l’ultima possibilità che politicamente esiste, fidatevi e sostenetemi oppure si fallisce.
Ha aperto a Berlusconi, il nemico giurato di quasi tutto il PD, con il famoso patto del Nazareno, che stabiliva la road map per un processo riformistico, e subito dopo azzoppava lo stesso accordo scegliendo autonomamente il nuovo Presidente della Repubblica, senza cercare un nome convergente. Così si è trovato il nemico alla porta e molti nemici dentro il suo partito.
È andato imperterrito avanti nel suo progetto di Governo, a colpi di maggioranza, sino alla sua inevitabile conclusione.
Mille e diciasette giorni di lotte intestine, di guerre dentro e fuori il Parlamento, di con me o contro di me, in un psicodramma politico, che ha trovato la logica conclusione con l’esito referendario.
Ora con Renzi dimissionario gli scenari che si aprono sono ancora molto foschi; tutti vogliono le imminenti elezioni politiche, ma prima di sciogliere il Parlamento tante sono le situazioni nebulose ancora in campo, prima fra tutte la legge elettorale.
L’Italicum, la legge che a detta di Renzi, era la migliore in assoluto e che invece, poi, lui stesso voleva cambiare dopo il referendum, sulla spinta delle diverse anime del PD, è sub iudice della Corte Costituzionale, che si riunirà il 24 gennaio prossimo.
Bisognerà aspettare quella data perché il Parlamento possa creare una nuova legge elettorale, con cui andare al voto, ma nel frattempo? Un Governo tecnico? ma con quale maggioranza, visto che Lega, Fratelli d’Italia, M5S, e, al momento pure Forza Italia, sembrano non voler partecipare? Un Renzi bis, che traghetti il Parlamento verso la nuova legge elettorale? Ed il PD lo sosterrà ancora, oppure, per beghe interne, si opporrà? E Renzi, dopo aver fatto un passo indietro, per un sentire istituzionale, accetterà un nuovo reincarico? Oppure ci cercherà una figura nuova per un Governo di transizione, con pochi punti in agenda? E chi sarebbe questa figura, un uomo vicino a Renzi, o lontano da lui, ma pur sempre del PD, oppure una figura minoritaria, che non ingombri troppo il palcoscenico politico italiano? E quale maggioranza lo dovrebbe poi, sostenere?
Anche perché, alla naturale scadenza elettorale mancherebbe solo un annetto, più o meno, quindi anticiparla non sarebbe cosa impossibile, e un nuovo Governo che dovrebbe restare in carica per un tempo così breve, avrebbe un respiro corto e poca libertà di manovra.
In questo momento il pallino è in mano al Presidente Mattarella, che dovrebbe trovare una quadra velocemente e indolore, per non allarmare troppo i mercati finanziari, con la variabile impazzita di Renzi da gestire, il quale deve prima chiarire i suoi rapporti all’interno del PD, in una sorta di redde rationem tra il gruppo dirigente attuale e le varie anime e correnti del partito.
In questa grande confusione il popolo italico scruta preoccupato, l’orizzonte cercando un barlume di speranza, perché stanco dei giochi di Palazzo, dei problemi personali tra leader politici, dei loro interessi di bottega: il popolo ha problemi più seri ed urgenti e vorrebbe trovare qualcuno che finalmente se ne occupi a tempo pieno.







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