LA STANZA DEI LIBRI: LA SOFFERENTE PASSIONE DI GIAMPIERO MUGHINI, IL COLLEZIONISTA DI LIBRI
“Se ci sono loro, c’è tutto in una casa. E da questa mia convinzione non recedo di un passo. Che nella storia dell’umanità non ci sia mai stato un oggetto talmente perfetto come il libro di carta. Cari nativi digitali, nel bene e nel male il futuro è interamente vostro, ma non sapete cosa vi perdete”.
È la dichiarazione d’amore di Giampiero Mughini verso i suoi libri, verso il suo mondo fatto di carta ed inchiostro, lui che non ha un profilo social, non cerca disperatamente i like, lui che non vive per i suoi followers, lui che sembra abitare in un mondo che non è quello della realtà ultra virtuale, ma con lo sguardo rivolto verso un passato, nel quale la propria vita veniva costruita attraverso le letture dei libri.
La stanza dei libri, edito da Bompiani, è l’ultimo racconto di Giampiero Mughini, una sorta di diario sul suo mondo di bibliofilo, di lettore compulsivo, di collezionista folle; è squarciare il velo su di una realtà che ad un giovane di oggi può apparire antica e polverosa: come si può far comprendere, infatti, l’importanza di possedere un libro, quando oggi chiunque può scaricarselo tranquillamente sul proprio tablet? Qual’è il piacere di sfogliare le pagine se al massimo, oggi, uno può scorrerle con un dito nel formato digitale?
Piaceri primari, questi, che questa società sta smarrendo, perché la stampa stessa ha “perso il suo status di regina della comunicazione di conoscenze e di emozioni”.
E allora ritroviamo Giampiero Mughini in una delle sue stanze che traboccano di libri, raccolti, collezionati, conservati, tracce di memorie, di ricordi, segni di una passione sconfinata, la sua, che li venera, li adora, li coccola, quasi. Perché prendere un libro a caso, toccarlo, già ti porta alla memoria il come sia giunto lì, ricordi dolci o amari, e aprirlo, sfogliarlo, fa affiorare emozioni sopite che quel testo ha conservato gelosamente.
È questa la magia che un libro ha in sé, che un freddo monitor di un pc non riuscirà mai a renderci.
E “la stanza dei libri” diventa il racconto agrodolce di Giampiero Mughini, giovane, senza soldi, nella sua Catania, mentre inizia a collezionare libri, edizioni di poco valore, che andavano a riempire l’incavo della sua stanzetta, fino ad invadere, via via, le diverse pareti, piccoli squarci onirici di un
mondo misterioso che respira oltre quelle sue pareti, imparando, così, “a capire che la letteratura è più importante della realtà, che altro non è se non una sua pallida imitazione”; è il racconto di Mughini universitario, a Roma, dove i libri li acquistava a rate nelle librerie, è il suo piacere di acquistarli inseguendo le proprie passioni, seguendo la propria logica di una strada formativa, culturale e caratteriale; libri che riempiono i vuoti della propria vita, della propria stanza, mondi illuminati che si aprono e si chiudono, conservati gelosamente, nonostante i diversi traslochi, e la continua ricerca di nuovi spazi dove accoglierli più comodamente.
È passione pura che si trasforma in collezionismo maniacale, quella ricerca di edizioni particolari, pregiate, seguendo il brio della propria esistenza; è piacere puro, quella ricerca spasmodica, oculata, attenta di libri rari, unici, assenti dal proprio scaffale; è dolorosa sofferenza quando decise di liberarsi di una sua collezione, come quella sul Futurismo, un distacco, questo, atroce e violento.
Collezionare libri assume forme maniacali: c’è chi li classifica in ordine alfabetico, chi per casa editrice, chi per tema; c’è chi li acquista e li lascia immacolati sul proprio scaffale, e chi li consuma, lasciando evidenti segni del proprio passaggio; c’è chi spende fortune per rarità o per collezioni complete, e chi va alla disperata ricerca dei pezzi mancanti.
Collezionare diventa una forma compulsiva, che da piacere e allo stesso tempo produce sofferenza, e “la stanza dei libri“, diventa un significativo omaggio a questo oramai oscuro mondo, che appare così lontano dalla nostra quotidianità, eco di un tempo in cui erano “i libri a imporre la loro dittatura”, oggi “che la bruciante e fulminea immaterialità della comunicazione digitale esercita il suo imperio illimitato“.






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