RENZI, DALLE SUE DIMISSIONI LA NASCITA DEL GOVERNO GENTILONI
Tanto tuonò che alla fine piovve. La crisi di governo, apertasi domenica 4 dicembre, nella notte dell’esito referendario, maturata, poi, mercoledì scorso, con Renzi che rassegnava le dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica, si chiude formalmente lunedì 12 dicembre, quando il nuovo Premier designato, Paolo Gentiloni, abbandona la Farnesina per salire a Palazzo Chigi.
Gentiloni ha già presentato la sua nuova squadra di Governo, che in buona sostanza ricalca la vecchia versione di quella di Renzi: molte facce già conosciute, qualche volto nuovo, qualche spostamento di poltrona, ma in sintesi è il copia ed incolla di quella già di memoria renziana, tant’è che a molti appare più che evidente che il passo indietro di Renzi sia più formale che sostanziale.
Gentiloni è un politico di razza, in Parlamento dal 2001, ha già collaborato con Rutelli, divenendo assessore nella sua giunta capitolina, e con Prodi, divenendo ministro nel 2006, per poi spostarsi
nell’area renziana, divenendo ministro degli Esteri nel 2014. Un uomo politicamente definito, da chi lo conosce bene, “un po’ grigio, forse un po’ troppo low-profile”, ma “non si può dire che nelle sue scelte non ci sia coerenza”; una coerenza nelle idee politiche, quelle che si riflettono nell’area moderata cattolica di sinistra, ed anche una capacità di spostarsi silenziosamente a favore della corrente giusta, nel momento giusto, senza mai pretendere nulla politicamente, ma ottenendo comunque incarichi prestigiosi, di riflesso; una abnegazione verso il suo partito di riferimento, che oggi è garanzia per sostituire fedelmente Renzi a Palazzo Chigi.
Non è un politico di primo piano, uno di quelli che dovrebbe avere, poi, particolari ambizioni una volta assunto un potere politico, ma che resterà obbediente agli ordini di scuderia; è in sintesi, la faccia pulita da presentare dopo la debacle referendaria che ha coinvolto le ambizioni di Renzi, che in penombra può continuare a tessere le fila politiche senza sovraesporsi.
La squadra dei Ministri che ha giurato davanti al Presidente Mattarella è la giusta alchimia tra le varie correnti del PD, un minestrone di anime e sensibilità, giusto per non scontentare nessuno, a cui si aggiunge il già noto gruppo alfaniano, che da centrodestra, nuovo o vecchio che sia, è divenuto l’opportuna stampella del centrosinistra, sia con Letta, sia con Renzi, sia ora con Gentiloni, così tanto per rinverdire i bei tempi della politica che fu, ovviamente quelli della Prima Repubblica.
Chi invece, sperava di occupare posti importanti ma si ritrova ancora in panchina, è l’Ala verdiniana, che dopo aver abbandonato il Cavaliere, ha sostenuto, in silenzio, gli ultimi sussulti parlamentari del governo Renzi, sponsorizzando persino la proposta di riforma costituzionale sottoposta al giudizio referendario, e sperava così, di passare questa volta alla cassa per ottenere un riconoscimento politico sotto forma di poltrone più o meno pesanti, ma che non ha, però, ancora ricevuto, molto probabilmente perché vedere il nuovo esecutivo a marca PD sostenuto dall’uomo che fu il più vicino al Cavaliere sarebbe stato fin troppo per il partito democratico.
Il Presidente Mattarella, in questo suo primo difficile compito istituzionale, è stato capace di gestire la situazione di crisi velocemente e senza troppi strascichi; d’altra parte tutti i partiti, dopo l’esito referendario, chiedevano le elezioni, anche se con modalità differenti: il Movimento grillino, la Lega e Fratelli d’Italia le volevano subito, Forza Italia ed il PD, ponevano una condizione, la legge elettorale ancora assente, e sensibilità diverse nella lettura politica.
Ora andare ad elezioni politiche senza una legge valida, ma pasticciando le presenti, non garantiva a nessuno la governabilità, e, dopo l’esperienza del cosiddetto porcellum, eleggere un nuovo Parlamento, con una legge che possa poi, essere dichiarata incostituzionale, certamente non era un gran viatico di riconciliazione tra gli elettori e gli eletti.
Quindi appare naturale varare un governo di transizione, affinché il Parlamento possa legiferare in materia di legge elettorale, e, come dice un vecchio detto, ognuno fa il pane con la farina che ha. Non è più tempo di grandi coalizioni, dopo la triste esperienza di Monti, né era proponibile un Renzi bis, dal momento che lo stesso Matteo Renzi era fermamente contrario. Tanto vale riproporre una formazione di governo sulla falsariga di quella già dimissionatasi, con un Premier nuovo, ma affine all’area democratica, per avere così la fiducia parlamentare necessaria.
Dalle dichiarazioni del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, durante l’intervento di ieri alla Camera dei Deputati, in cui chiedeva la fiducia, emerge l’idea di un governo senza una scadenza ben precisa, con l’obiettivo politico di proseguire sulla strada già tracciata da Renzi, correggendo semmai il tiro, come dal punto di vista delle Riforme, che, infatti, spariscono dal radar parlamentare e governativo, cercando così di rassenerare il clima, abbassando i toni, e accompagnando il Parlamento nella creazione di una legge elettorale.
Un impegno programmatico molto debole, sintesi di chi deve vivere in precario equilibrio politico tra un partito, quello democratico, prossimo all’implosione, se continua la guerra tra le sue varie correnti, ed un Parlamento, dove la maggioranza è di per sé precaria.
E il lasciare al Parlamento l’iniziativa della legge elettorale, è, in buona sostanza, il voler lasciare la questione più spinosa ai gruppi parlamentari, lasciando il governo fuori da questi dibattiti, stantii, vuoti e sui quali in troppi si incarteranno.
Tutto questo ovviamente non è la risposta migliore ai milioni di italiani che domenica 4 dicembre, di fatto, votando NO alla riforma costituzionale, hanno sfiduciato Renzi ed il suo Governo. Può essere forse un inizio nuovo, ma certamente il primo passo politico fatto da Paolo Gentiloni, ossia quello di riproporre una squadra di governo con le stesse facce già presenti nel Governo Renzi, non è un grande inizio, perché non si vede la discontinuità con il precedente. Ma tant’è, che al momento le piazze restano silenti, le opposizioni dure e pure escono dall’aula parlamentare, quelle responsabili, invece, votano la non fiducia, ed il nuovo Governo si ritrova solo, in un’aula semi vuota, con troppi dubbi, troppe incertezze, troppe paure.







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