PUPI AVATI ED IL SUO FANTASTICO RACCONTO DE ”IL RAGAZZO IN SOFFITTA”
“Che cosa ho di speciale perché a ’sto giro abbiano scelto proprio me? Mi chiamo Berardo Rossi, detto Dedo, e sono un ragazzo imperterrito“.
Può un ragazzo imperterrito legarsi a doppio filo ad un ragazzo strano, uno di “quelli che noi a Bologna chiamiamo gli impediti“?
Pupi Avati riesce a donarci una prima letteraria straordinaria: “Il ragazzo in soffitta“, edito da Guanda; un romanzo di formazione, un noir intrigante, che si muove su due piani narrativi distinti, ma che si legheranno per sempre: c’è un presente, a Bologna, che guarda a Dedo, alla sua famiglia, ai suoi amici di classe, e c’è poi, un passato, a Trieste, che racconta di un ragazzo infelice, cresciuto nella illusione, vittima e carnefice di se stesso; a legare questo passato, con il presente è Giulio Bigi, l’impedito, che da Reggio Emilia si trasferisce a Bologna, e va a vivere con sua madre nella mansarda, affittata a loro dai genitori di Dedo, e si ritrova così, anche nella stessa classe di lui.
Lui, Dedo, vivace, sveglio, poca voglia di studiare e molta voglia di divertirsi con gli amici, l’altro, Giulio, timido, riservato, ombroso ed oscuro, ma un gran studioso, in pratica i libri sono i suoi amici.
Lui, Dedo, con un padre assente, che ha abbandonato la famiglia per correre dietro ad una nuova storia d’amore con una fioraia, una madre comunque presente e premurosa ed un fratello autistico; l’altro, Giulio, un padre che non ha mai conosciuto, perché malato, ma che sa essere stato un grande musicista, e che prima o poi tornerà a casa, una madre presente e premurosa, ed una vita zingaresca, sempre in fuga, ma non si sa bene da cosa.
Lui, Dedo, l’altro Giulio, così diversi, ma che si legano profondamente, grazie ad un passato oscuro che riemerge catapultandoli in una vita con i problemi degli adulti, “in un dolore che sarà solo nostro, che ci accomunerà per sempre“.
Quali segreti nasconde la famiglia di Giulio Bigi? E che legame ha con Samuele Menczer, “un ragazzo a Trieste con le gambe più corte del normale, costretto a diventare un grande musicista, ma non era quella la sua strada… lo avevano illuso che fosse quella…Questo ragazzino a undici anni si è innamorato di una più grande di lui ed è rimasto innamorato di lei per tutta la sua vita, fino a quando non l’ha sposata…Ma lei non era la donna che lui aveva aspettato per tanti anni, la donna che lui aveva idealizzato“.
È attraverso questo straordinario intreccio che si dipana la storia raccontata da Pupi Avati, una favola agrodolce, dove gli adolescenti devono crescere per affrontare i problemi degli adulti, mentre gli adulti sembrano regredire verso una adolescenza psicologica, nella quale non sanno riuscire più ad affrontare i problemi della vita quotidiana; è il racconto di chi si trascina i fantasmi della propria esistenza, che deve affrontare, prima o poi, trovando tutto il coraggio possibile, per chiudere definitivamente i conti con il proprio passato; è la storia di un orco cattivo e assassino, che guardandolo meglio, scopri poi, non essere così mostruoso, ma vittima e carnefice di un beffardo destino, e, come in un gioco di specchi, guardando lui, vedi il volto sorridente e fascinante di lei, il vero mostro di questa triste storia.
Un racconto che ti afferra e ti trascina dentro, ti conquista lentamente e non ti abbandona più, una storia avvincente, scritta da un vero Maestro del racconto, che per la prima volta abbandona la cinepresa per impugnare la penna, riuscendo nella medesima impresa di donarci un affresco vero e sincero della realtà umana e dei suoi mille misteri. Un racconto che, appena finito di leggere, di lascia quel senso di vuoto e smarrimento, quel silenzioso momento di riflessione sulla natura umana, sui suoi legami profondi, sul mistero delle esistenze, tra reale ed onirico, tra vita e morte, tra possibilità e dura realtà, un sapore agrodolce che pervade il lettore.
Perché, tutto sommato “volere bene è un mistero che lo capisci solo se ci pensi molto“.




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