SALVATORE MASSIMO FAZIO, “REGRESSIONE SUICIDA – DELL’ABBANDONO DI EMIL CIORAN E MANLIO SGALAMBRO”


Ai contemplatori del dolore e agli scrutatori della verità non possiamo disconoscere di avere allargato, con le loro trafitture speculative, nuovi orizzonti al nostro pensare’.

Regressione suicida – dell’abbandono di Emil Cioran e Manlio Sgalambro’, edito da Bonfirraro, è l’ultima fatica letteraria di Salvatore Massimo Fazio, ‘capostipite della scuola del nichilismo cognitivo’, che attraverso il racconto dei due filosofi, riesce a raccontare se stesso.
È ‘l’impervia strada che Salvatore Massimo Fazio ha deciso di percorrere per questa sua quarta prova d’autore, quella di ricostruire un percorso filosofico che tenga assieme due lezioni – quella di Émil Cioran, del quale Fazio è studioso riconosciuto a livello nazionale, e quella di Manlio Sgalambro, del quale è stato invece allievo e collaboratore fino all’allontanamento degli ultimi anni – attraverso il quale offrire al lettore una lezione del tutto nuova e originale’.
Un testo che, afferma il filosofo Salvatore Massimo Fazio, “nasce un anno prima dell’uscita del precedente ‘INSONNIE. FILOSOFICHE, POETICHE, AFORISTICHE’, libro che dopo la pubblicazione di ‘Regressione’, a distanza 6 anni circa, affronta la mia personalissima ipotesi filosofica sulla negazione dell’attivismo del pensiero, al fine di livellarsi con quelle persone che la società mal strutturata, ‘nosografizza’ come ‘disabili psichici’, e coi quali io lavoro”.
I veri disabili psichici – sostiene il filosofo siciliano – sono quegli operatori nullafacenti che vengono tenuti col culo al caldo sulle sedie, senza un dirigente che li getti fuori, dando così, la possibilità di lavoro a persone che necessitino davvero. ‘Regressione’ è il ritorno alla madre giovane, alla bellezza dell’amore, al rispetto per chi fatica e al sogno di avere il lanciafiamme in mano per sterminare l’inutile”.
E così questo interessante saggio diventa una dissertazione filosofica a tre voci, quella del filosofo di origine rumena Emil Cioran, quella del filosofo siciliano Manlio Sgalambro e quella di Salvatore Massimo Fazio, profondamente legato ad entrambi.
Infatti, sostiene, “mi legano tutte e due le opere di questi due immensi autori, il primo più puro, il secondo più teatrante, non un filosofo puro. Ne fui amico e collaboratore, e sapeva bene che lo
inseguivano perché dietro lui vi era un canzonettiere. La tortura, proprio Sgalambro me la insegnò: ‘non esistono maestri con discepoli: uno dei due deve non esistere’…ecco io esisto, con una personalissima ipotesi filosofica dove la speranza è evitata e allontanata, a favore delle uniche possibili azioni: dedicarsi ad assistere, impassibile, alla riduzione cognitiva del padre e della madre e aiutare i pazienti con disagio psichico. Rompere con le dipendenze dai maestri: è uccidere il padre al fine di rendersi autonomi, ciò che non ha capito chi scrive antologie su Sgalambro, gentaglia da università
“.
Un saggio, quello scritto dal filosofo catanese, che mettendo a confronto i due autori, e mostrandone le differenze e le somiglianze, rivolge anche una particolare “critica delle filosofie universitarie”, perché, sostiene Salvatore Massimo Fazio, “la filosofia non deve onorare il marcio delle università: fellatio nei cessi tra docenti e aitanti palestrati; figli di figli di figli inseriti ad insegnare il nulla…Lo ripeterò allo sfinimento, io salvo soltanto Tino Vittorio, Luigi La Via, Antonio Di Grado e Domenico D’Orsi, il resto giova a non farmi invitare al primo festival di filosofia nella mia città, perché? Perché non sono un radical chic del cazzo, come recita e canta la vostra concittadina Ilenia Volpe, mille volte superiore a Carmen Consoli, perché è più sincera“.
Un accusa dura, schietta e vera, com’è nella indole di Salvatore Massimo Fazio, che avverte su di se quanto sia oggi, importante la vera filosofia, quella che “è riflessione, meditazione pura sull’oggetto“, ed il ruolo dei filosofi.
Puntare al sociale – afferma Salvatore Massimo Fazioper salvaguardare l’utenza malata e posti di lavoro, frattanto i capi di chi si occupa di sociale, mercificati si vendono alla politica, meschina e squallida, i soldi alle banche, i cooperatori che fanno gli imprenditori andando contro le regole degli standard e fottendo il lavoratore, a sua volta altri lavoratori nullafacenti, garantiti sulle loro sedie, mentre il sociale crolla, ecco noi filosofi ci dedichiamo all’analisi di ciò che è l’esattezza del reale conoscere: quando ci esponiamo siamo matti, ma tutti gli stronzi danno del matto a chi si espone. Il nostro compito è quello di risvegliare le coscienze, senza scendere in piazza, ma regolarizzando la questione ad esempio, lavorativa: far fuori con ogni mezzo il raccomandato o il nullafacente di turno“.
Perché questa missione sente su di sé il filosofo catanese, così disarmante e veritiero nelle sue accuse, così sincero e schietto nel suo pensiero e nelle sue disamine, mai piegato agli interessi personali né incline ai compromessi.
Ed il saggio ‘Regressione suicida’, diventa il suo riscatto personale, la sua risposta sincera alla domanda: ‘Fazio ha raggiunto la maturità per ‘mangiarsi’ il suo maestro?’.
E grazie a lui ‘si deve il merito di aver fatto fuoriuscire, con questo libro, da un’immagine della memoria amara, ancorché vivida, una goccia di linfa’.



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