AL QUIRINO VA IN SCENA I MALAVOGLIA
“Gli uomini son fatti come le dita della mano: il dito grosso deve far da dito grosso, e il dito piccolo deve far da dito piccolo”.
Questo è il motto del patriarca Padron ‘Ntoni, quello che dice spesso, mentre la fortuna gli volge le spalle, e deve trovare nuove energie per andare avanti.
Il racconto è quello de I Malavoglia, che la società Progetto Teatrando produce per la stagione 2016/2017, all’interno di un progetto teatrale e culturale che mira ad approfondire la letteratura siciliana e quella di Verga nello specifico. Presente in scena al Teatro Quirino di Roma, sino al 20 novembre, la messinscena, curata dalla regia di Guglielmo Ferro, figlio d’arte, ruota intorno alla magistrale bravura di Enrico Guarnieri, che interpreta il vecchio patriarca del romanzo verghiano, che con arte guida la nutrita compagnia di attori, rendendo lo spettacolo appassionante, godibile e credibile.
“La regia centra il racconto sugli eventi più significativi che segnarono la vita della Famiglia Toscano di Acitrezza, lì dove, più di ogni altro passaggio narrativo, Verga punta a violentare ogni speranza di emancipazione dei suoi personaggi”.
L’impianto scenico ruota intorno ad una zattera posta al centro della scena, luogo che si trasforma, ora nella Provvidenza, la barca di Padron ‘Ntoni, ora nella casa col nespolo; una zattera “ispirata alla zattera della Medusa di Géricault, simbolo di una zolla di vita in balia della Natura. È sulla zattera che la morte impera, e il destino avverso ai Malavoglia lascia che la violenza umana sfoghi in cannibalismo”.
E su questa zattera si snodano le scene rappresentate: la sventura che si abbatte sulla famiglia di Acitrezza, la perdita di figli, braccia utili a lavorare, la perdita di un carico di lupini, con un debito poi, da saldare, la perdita della moralità, la perdita della casa, simbolo di un nido familiare distrutto, di una felicità smarrita.
La colonna portante di questa famiglia sventurata e il vecchio Padron ‘Ntoni, “austero, caparbio, che ha l’unico dovere di ripagare il debito, assicurare da mangiare alla propria famiglia e contrastare il fato avverso con tutte le forze che ha in corpo”.
Una lunga estenuante lotta, la sua, ostinatamente proiettata a recuperare ciò che la fortuna gli stava togliendo, senza accorgersi che più tentava di risollevarsi, più sprofondava giù, verso gli abissi dell’infelicità; tentava di recuperare la ricchezza e stava perdendo l’unione della sua famiglia, che si sgretolava sotto i colpi inferti dalle disgrazie accadute. Vicende che lasceranno il vecchio patriarca, solo, con i suoi guai, con le sue flebili speranze, solo con il suo mare, perché “soltanto il Mare gli brontolava la solita storia lì sotto, in mezzo ai faraglioni, perché il Mare non ha paese nemmeno Lui, ed è di tutti quelli che lo sanno ascoltare”.




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