DONALD TRUMP, IL TYCOON CONQUISTA LA CASA BIANCA E SPAVENTA IL MONDO
“Comunque vada l’America resta una grande nazione. Domani mattina sorgerà lo stesso il sole”; così parlò Barack Obama, la notte della lunga Election Day americana.
Ed il sole è sorto, illuminando l’alba di Donald Trump, 45° Presidente degli Stati Uniti d’America.
Una sorpresa per tanti, una tragedia per molti, una preoccupazione per qualcuno tra politologi e tuttologi vari, certamente un segno distintivo di cambiamento radicale, che il popolo americano, democraticamente ha voluto dare.
Donald Trump è un magnate, un figlio di papà, uno che nella vita ha fatto i soldi, la bella vita, e a settant’anni, ha scoperto il fuoco sacro della politica candidandosi alla corsa presidenziale per il partito repubblicano.
Un partito che lo ha sempre trattato come corpo estraneo, lo ha mal digerito, lo ha mal sopportato ed ostacolato, ma non è riuscito a fermare la sua prepotente cavalcata verso la vittoria delle primarie. Bisogna ammetterlo, The Donald può risultare antipatico, suscitare istinti negativi per quella sua
sfacciata arroganza e presunzione, sempre così ostentata, ma nessuno del suo partito è riuscito ad infiammare gli animi del proprio elettorato come lui. Ha condotto una campagna per le primarie lancia in resta, urlando slogan, forti e decisi, mentendo spudoratamente, senza alcuna vergogna, insultando i suoi avversari con precisione quasi chirurgica, buttando al secchio la buona politica della correttezza.
Vinte le primarie, per lui è iniziata la lunga corsa per la Casa Bianca, avendo contro un avversario tostissimo: Hillary Clinton.
È una donna, e per certi isterismi da statistica, dopo il primo presidente afro-americano, una donna alla Casa Bianca poteva essere un nuovo tassello da inserire nell’architettura politico-istituzionale americana; è la moglie di un ex Presidente, già Segretario di Stato sotto il primo mandato Obama, senatrice, in pratica una che maneggia tranquillamente i poteri forti e sa muoversi nei paludosi ambienti istituzionali, molto più rispetto al gretto e capriccioso rivale Trump.
Dalla sua parte si sono schierati praticamente tutti, il mondo dei media, il mondo della finanza, il mondo dell’economia, il mondo di Hollywood, tutti che hanno spinto per la sua candidatura a Presidente, paventando il peggio con Trump alla Casa Bianca.
The Donald non ha risparmiato nessun fuoco d’artificio, né ha preferito lasciare l’artiglieria pesante in garage. Ha sparato grosso, contro tutto e tutti: contro l’immigrazione clandestina, soprattutto quella messicana, portatrice di delinquenza e spaccio, ipotizzando la costruzione di un muro per proteggere l’America; ha sparato contro i ghetti, la delinquenza locale, ha sparato contro le politiche economiche di Obama, insufficienti, contro le sue politiche sociali, il welfare, ritenuto disastroso; ha sparato contro la politica internazionale del Presidente uscente, trovando, pure, un valido appoggio nello Zar Putin; ha sparato contro i tanti accordi firmati da Obama, ritenuti da Trump poco più che fallimentari. Soprattutto ha scatenato una valanga di insulti contro la Clinton, definita una accentratrice di potere, una con troppi scheletri nell’armadio, una che vive per il potere, e che, grazie ai ruoli istituzionali ricoperti, e alle relazioni costruite, ha fatto e fa grossi affari.
Certamente l’avvocato Hillary, sposata con Bill Clinton, già non brillava per simpatia, né suscitava grosse tenerezze, quando si muoveva tra gli ambienti istituzionali o stringeva mani diplomatiche; gli attacchi continui di Trump l’hanno trascinata nell’inferno dell’insulto, lui ad attaccare, lei a rispondere, lei ad attaccare lui a difendersi.
E certamente vedere una donna trasformarsi in una iena ridens, non è una grande immagine, soprattutto per chi come la povera Hillary già non godeva di grande fiducia e simpatia, elettoralmente parlando.
È stata una lunga campagna al vetriolo, dove Trump ha saputo gestire magistralmente l’attenzione; lui dettava i temi di discussione, sparando tweet a raffica, lui alzava i toni, esacerbando la campagna stessa, lui guidava le danze, con Hillary Clinton costretta a corrergli dietro, a rispondere colpo su colpo, usando toni certamente di pari tenore.
Ma nonostante tutto ciò, tutti i sondaggi davano Trump perdente, comunque, forse di poco, forse di tanto, certamente non era il cavallo accreditato alla vittoria, tanto che nello stesso suo entourage, ad inizio spoglio, dissero: “Ci vorrebbe un miracolo”.
Ed il miracolo è avvenuto, Stato dopo Stato, Trump raccoglieva consensi, voti e delegati sufficienti a portarlo alla Casa Bianca; 279 grandi elettori contro i 218 di Hillary, danno il senso di questa vittoria, che è tutta di Trump, che ha vinto solo contro tutti, visto che pure il suo stesso partito, lo ha contrastato come e quanto ha potuto.
Ora il Trump populista lascerà spazio al Trump Presidente, più istituzionale nei toni, più moderato nelle affermazioni, ma certamente, non tradirà il suo elettorato. Ha vinto grazie ai voti degli scontenti, non la classe più povera americana, né quella più ricca, ma grazie ai voti della classe media, quella che la crisi economica e finanziaria ha schiacciato inesorabilmente.
Una maggioranza silente, che si è fatta improvvisamente sentire nel chiuso delle cabine elettorali.
La politica interna dell’Amministrazione Obama non è stata così fallimentare, però Obama aveva incarnato un sogno di rinascita, che è stato per molti versi disatteso.
Con Trump l’America ha deciso di dare uno schiaffo ai poteri forti, ai sogni svaniti o infranti, per credere di nuovo in una speranza.
Al nuovo Mr. President l’arduo compito di non disattendere le tante speranze riposte, e soprattutto di svelenire un clima da guerra civile dialettica, che presto o tardi può sfociare in qualcosa di peggio nelle piazze.
Perché lui ora è il Presidente dell’America, tutta, non di una sua parte, deve guardare alle richieste del suo popolo, non soltanto a quelle dei suoi elettori, e soprattutto deve imparare, e in fretta, l’arte della diplomazia istituzionale, senza apparire appiattito ad essa, perdendo tutta la sua verve.
E per uno che di mestiere ha fatto sempre il tycoon, decidendo arrogantemente da solo, certamente non è cosa così semplice; e allora, Dio benedica l’America!







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