RIFORMA COSTITUZIONALE: CHE FINE FARÀ IL SENATO? (parte seconda)

Poiché la matita che utilizzeremo nell’urna elettorale il 4 dicembre peserà tantissimo, e poiché la scelta che andremo a fare il 4 dicembre, dal 5 dicembre in poi potrà cambiare, e di molto, la nostra vita istituzionale, perché modificherà tantissimi articoli della nostra carta costituzionale, allora andiamo a spulciare questi santissimi articoli, uno ad uno, poiché, ed è bene ricordarlo, noi non votiamo sui singoli articoli modificati, ma su tutto l’impianto, e quindi, per un paio di modifiche, magari pur positive che siano, dobbiamo comunque, accettare il rovescio della medaglia.


Partiamo dal testo che troveremo scritto sulla scheda che ci verrà consegnata, giunti al seggio elettorale.
Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle Istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione. (Pubblicato su Gazz. Uff. n. 88 del 15 aprile 2016)“.
Come si evince, un testo chiaro, semplice e lineare, senza alcuna formula scritta in politichese, o presentando tecnicismi vari. È esattamente il titolo del testo della Riforma licenziato dal nostro Parlamento, ed è quello che deve essere scritto sulla scheda di voto.
Fin qui nulla da eccepire.
Si può rilevare che tale titolo sintetizza, in modo semplicistico, la modifica di 47 articoli costituzionali, ed è questo un elemento di dibattito su cui puntano i sostenitori del NO.
In effetti, letto così, appare naturale apporre un segno positivo sulla scheda, senza avere alcun minimo dubbio. Si elimina il bicameralismo, si riduce il numero dei parlamentari, c’è la riduzione della spesa pubblica, e già ciò dovrebbe farci dire SÌ a prescindere; se poi aggiungiamo l’abolizione del CNEL, di cui molti neanche sapevano dell’esistenza, e la riforma del Titolo V, cosa di per se pure troppo tecnica, allora tutto è perfetto!
Il problema è che gli annunci, soprattutto in politica, vanno letti attentamente, perché è si, importante il cosa fare, ma anche il come, perché questo modificherà la nostra Costituzione e tutto il nostro Sistema Paese, ed è bene sempre ricordarlo.
E, proprio su questo punto, il comitato per il NO, batte forte, perché il quesito propostoci è sin troppo positivo, da indurre al SÌ, perché promette cose bellissime, senza spiegare il come.
Non c’è, ovviamente, alcun inganno; il testo deve riportare fedelmente il titolo della riforma licenziata dalle aule parlamentari, e questo lo è. Possiamo parlare, al massimo, di una furbata di chi ha scritto quel titolo, e della miopia dei parlamentari, che non lo hanno modificato in sede di dibattito parlamentare, ed oggi si lamentano, stracciandosi le vesti.
Quarantasette articoli modificati, sintetizzati in poche righe, che esprimono un entusiastico trionfalismo, è un bel trucchetto per spingerci al SÌ, senza rifletterci su, un attimo.
Ma il come è sufficientemente importante quanto il cosa viene fatto.


Partiamo dal primo punto: superamento del bicameralismo paritario.



In sintesi, i sostenitori della riforma affermano, in modo semplicistico, che sparirà il Senato. Bellissimo! Ma come?

La nostra Costituzione prevedeva due Camere, il Senato e la Camera dei Deputati, che legiferavano sulle stesse materie, avevano le medesime competenze, avevano gli stessi poteri.
Da tempo, su questo tema si cercava di porre una fine, perché da tutti indicato come esempio della classica palude parlamentare: due Camere che fanno le stesse cose, ed una legge che rimbalza da una parte all’altra, prima di essere approvata definitivamente.
Con le nuove modifiche apportate alla nostra carta costituzionale, avremmo una Camera, quella dei Deputati, che avrà esclusiva competenza su materie di carattere nazionale, mentre il nuovo Senato avrà competenza su materie di carattere territoriale, sarà un Senato delle Regioni. Quindi, il Senato modificherà il suo nome, le sue competenze, ma non sparirà.
Certamente le funzioni saranno diverse dalla Camera dei Deputati, e poche saranno le materie comuni (riforma costituzionale, tutela delle minoranze linguistiche, referendum, enti locali, politiche europee e ratifica dei trattati internazionali).
Quindi avremmo poche leggi bicamerali, e moltissime leggi monocamerali. Su quest’ultime, dopo una prima approvazione della Camera dei Deputati, il Senato può decidere se esaminarle o meno, e successivamente, di intervenire per presentare eventuali modifiche.
Il testo di legge eventualmente modificato dal Senato tornerà di nuovo alla Camera, che deciderà se accettarlo o meno, modificato.
I sostenitori del NO, e diversi costituzionalisti, sostengono che questo sistema così disegnato, prevederà sette, o forse anche otto, modalità di approvazione legislativa, con il rischio, a loro giudizio, che si genererà una maggiore confusione legislativa, e diversi conflitti sulle competenze.
Quel che è certo è che il nuovo Senato perderà moltissime funzioni, prima fra tutte, non voterà più la fiducia al Governo, e tale svuotamento di poteri, a detta dei sostenitori del NO, lo trasformerà in una sorta di appendice istituzionale, con limitati poteri, limitate competenze e funzioni. In pratica, il nuovo Senato, così disegnato, sarà inutile e forse anche dannoso.


E veniamo al secondo punto, che in qualche modo è collegato al primo: la riduzione del numero dei parlamentari.




Letto così, è meraviglioso, ma il trucco è nelle parole: si parla di parlamentari, ma si riducono solo i Senatori, non i Deputati!

Quindi avremo ancora i 630 Deputati alla Camera, com’è da sempre, mentre il numero dei Senatori scenderà da 315 a 100. Quindi una riduzione non organica, non equilibrata e limitata solo al Senato.
Perché, se si vogliono ridurre i costi delle Istituzioni, non si taglia anche il numero dei Deputati, che è eccessivo, insieme a quello dei Senatori? È la domanda che si pongono i sostenitori del NO.
Poi dovremmo anche analizzare il metodo con cui verrà eletto il nuovo Senato. I nuovi Senatori non saranno eletti dai cittadini, ma scelti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”, ossia verranno scelti tra i consiglieri regionali e comunali, espressione delle istanze territoriali.
Quindi avremmo dei rappresentanti votati dal popolo per svolgere l’attività di Sindaco della propria città o quella di consigliere regionale, che per accordi di partito, verranno investiti anche dell’autorità di Senatore; in pratica dovranno svolgere entrambe le funzioni, senza che il popolo li abbia, in qualche modo, di tale doppio incarico.
Uno scippo di potere, a sentire gli oppositori della Riforma, che delega a pochi le scelte di nomina, limitando la volontà popolare ed il suo potere decisionale.
Abbiamo già avuto l’esempio delle Province, oggi Enti non più elettivi. Il Consiglio provinciale oggi è formato dai Sindaci del territorio, che nominano il loro Presidente, attraverso un sottile gioco di interessi e convenienze politiche e partitiche. La medesima cosa avverrà anche con il nuovo Senato?
Si obietta che i neo Senatori non percepiranno alcuna indennità per il doppio incarico, (ma i rimborsi viaggio, i rimborsi spese etc. sì?), e godranno pure dell’immunità parlamentare.
Così avremmo un bel mostro giuridico: consiglieri regionali e Sindaci, che per volontà di alcuni, siederanno pure in Senato con l’immunità in tasca, ed altri che, eletti nella stesso modo, non avranno alcun ulteriore benificio, una disparità, questa, più che evidente tra gli stessi Sindaci/consiglieri regionali.
E, poi, dal momento che il nuovo Senato non dovrà più rispondere al Governo, dal momento che non dovrà dare la fiducia, ma risponderà alle istanze territoriali di appartenenza, tutto il peso politico nazionale poggerà sui Deputati, che saranno legati a doppio filo all’azione di Governo.
Infatti, se la legge per la loro elezione in vigore e simile all’attuale Italicum, avremmo un partito che vincendo le elezioni, avrà un’ampia maggioranza parlamentare, pur vincendo di poco le elezioni. Un Governo che potrà così godere di una maggioranza solida, dovrebbe dormire sonni più tranquilli, perché certo che la propria azione di governo sarà sostenuta dai propri Deputati, dal momento che loro stessi siederanno nell’aula parlamentare perché nominati dal loro stesso partito di appartenenza.
E questo squilibrio di poteri, svuota ulteriormente il Parlamento di potere ed autorità, facendolo apparire sempre più come un passacarte del Governo.
Forse l’Italicum verrà modificato, ma certamente dopo l’esito referendario; forse sceglieranno nuove alchimie politiche, magari con nuove soglie di sbarramento, magari con soglie per il premio di maggioranza più alte o più basse, legate al singolo partito vincente o alla coalizione vincente, resta comunque il fatto che troppo spesso in Parlamento, ieri come oggi, Deputati eletti a destra, per i cosiddetti interessi di Patria, improvvisamente si spostano a sinistra, e viceversa, creando nuove maggioranze variabili, certamente ben lontane da quella che avrebbe vinto la tornata elettorale. Allora, perché non imporre il vincolo di mandato per gli eletti, e, al cambio di casacca, decadere automaticamente? Chissà, eppure tra i 47 articoli modificati, aggiungerne un altro non sarebbe stato, poi, così grave. (fine seconda parte)




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