RIFORMA COSTITUZIONALE: SARÀ VERO RISPARMIO? (PARTE TERZA)
Il terzo punto su cui volgiamo la nostra attenzione, nell’analisi del testo referendario, è: il contenimento dei costi di funzionamento delle Istituzioni.
Finalmente la politica che si impegna per ridurre i propri costi vivi, soprattutto in tempi di magra, è un’idea nobile.
Il Governo calcola un risparmio molto elevato, circa 500 milioni di euro, Ragioneria di Stato ha ridotto di molto questo calcolo, circa 100/130 milioni di euro; quel che è certo è che, soltanto quando la Riforma Costituzionale eventualmente confermata, andrà a regime, allora i calcoli saranno più chiari, ma forse, sarà anche troppo tardi per porvi rimedio.
Ci sarebbe un concetto che andrebbe chiarito: un’azione politica che eviti sprechi di denaro pubblico, è cosa nobile, un’azione politica, invece, che vuole tagliare i suoi costi, rischia di inseguire derive populiste, nella sua accezione più negativa, rischiando così, a furia di tagliare, di delegare troppo potere a pochi, e questo lede diritti e princípi democratici.
Il risparmio più consistente, a leggere la Riforma, dovrebbe essere nei costi dell’elezione dei neo Senatori, che non ci saranno più, e sui loro stipendi, che non percepiranno più.
Decisamente poca cosa se analizziamo le spese parlamentari.
I costi maggiori non sono gli stipendi dei parlamentari, che comunque, sono di gran lunga molto generosi, ma tutti i rimborsi, gli emolumenti etc., che ogni eletto riceve, e che continueranno ad incidere, anche dopo l’eventuale conferma referendaria.
Il Senato rimarrà tale, con tutte le sue spese e con tutti i suoi dipendenti, e questi costi, certamente, non spariranno improvvisamente.
Lo abbiamo già visto con le Province: non si vota più per il Presidente e per i consiglieri, quindi c’è un risparmio, ma c’è comunque un Presidente ed un’assemblea, formata dai Sindaci del territorio provinciale, che non ricevono un ulteriore stipendio per il loro doppio incarico, altro risparmio, ma comunque ricevono rimborsi spese, emolumenti, gettoni presenza etc.; e poi, tutti i dipendenti dell’Ente provinciale, che possono essere ricollocati altrove o meno, continuano comunque ad incidere sulle casse dello Stato.
E se lo scopo era la riduzione dei costi delle Istituzioni, perché, oltre a ridurre il numero dei Senatori, non si è ridotto anche il numero dei Deputati, che sono anche di più? Domanda, questa, che rimane sospesa nel vuoto, in attesa di una risposta finalmente chiara.
E se poi, il problema fosse stato solo lo stipendio del parlamentare, sarebbe bastata una legge ordinaria per porvi rimedio, senza scomodare la Costituzione.
Sforbiciare qua e là ha poco senso; se l’obiettivo è ridurre le spese dello Stato, la Riforma deve essere organica e completa, non confusionaria e populista, perché così appare più una soluzione di maquillage che non incide, poi, in profondità sul nostro Sistema Paese.
Anche il taglio del CNEL potrebbe pur trovare una sua logica spiegazione, ma bisognerebbe comprendere se e cosa lo sostituirà.
Il CNEL, (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), è un vero e proprio organo di consulenza economico-sociale del Governo, delle Camere e delle Regioni, ed è anche chiamato per pronunciare un suo parere sulle materie di competenza ed eventualmente promuovere iniziative legislative.
Certamente la sua funzione oggi, appare insufficiente e superata, visto che i pareri sono forniti solo su richiesta dell’Esecutivo, del Parlamento e delle Regioni e anche se espressi non risultano poi, vincolanti, e che finora ha prodotto solo 14 proposte di legge in 50 anni, ma nessuna di queste è stata poi, approvata dal Parlamento.
Certamente cancellare tale Ente potrebbe non essere un gran danno, ma nessuno parli di grande risparmio e spending review, perché lo stanziamento dello Stato, annualmente, è tra i 15 e i 20 milioni di euro; cancellandolo si può risparmiare tale cifra di spesa, ma i dipendenti dell’Ente resteranno comunque a carico dello Stato (circa 4,5 milioni di euro di spese per i loro stipendi), e resterà a carico dello Stato anche la prestigiosa sede, sita nel cuore di Villa Borghese, Villa Lubin (circa 3 milioni di euro per il suo mantenimento), che certamente non sarà improvvisamente demolita.
Nella nuova Costituzione spariranno le Province, ma questo è un dato che ci toccherà poco; infatti, già con la legge Delrio, esse sono state di fatto abolite, ora costituzionalmente non esisteranno più. Il risparmio, come abbiamo visto, è stato solo negli stipendi degli eletti e nell’abolizione delle elezioni provinciali. Resterà comunque a carico dello Stato o delle Regioni, il costo del mantenimento degli edifici provinciali, a meno che non si decida di abbatterli tutti, o di metterli tutti in vendita, e, soprattutto i costi dei dipendenti, che sono tanti e che non spariranno improvvisamente. Possono essere ricollocati altrove, cioè il loro costo si sposterà dal bilancio provinciale a quello regionale o dello Stato, ma quelli che non possono essere ricollocati, cosa faranno? Spariranno magicamente?
Certo nei prossimi dieci/vent’anni qualcuno andrà pure in pensione, e finalmente il suo costo verrà detratto dalle spese correnti, ma è veramente ben poca cosa, rispetto all’annuncio governativo di un enorme contenimento dei costi di funzionamento delle Istituzioni.






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