FRANCESCO CRISPINO E “LA PEGGIO GIOVENTÙ” DI UNA ROMA DECADENTE
“Appena le salì l’effetto dell’eroina, gli occhi le iniziarono a girare, la voce diventò un rantolo, fino ad affievolirsi del tutto. I suoi pugni chiusi tenevano stretti un tulipano rosso e la siringa, come fosse una spada. Si accasciò al suolo proprio nel momento in cui l’ultimo treno stava per lasciare la stazione”.
Francesco Crispino, con il suo romanzo, La peggio gioventù, edito da Newton Compton, racconta la trasformazione antropologica e criminale della Roma tra gli anni ’60 e ’70.
È la genesi della banda della Magliana, è la trasformazione di Roma, da “bonacciona” a criminale, dalla Roma dei bulli di quartiere alla Roma dei criminali, spietati e collusi con ogni tipo di malaffare.
“Sergio non aveva mai tollerato la gente che faceva affari nei quartieri che non gli appartenevano per nascita o per casta. Tutto ciò che veniva venduto a Tor Marancia doveva ricevere il suo benestare. Tutte le cose legali o illegali che giravano nel quartiere, dalle sigarette di contrabbando al whisky d’importazione, dovevano aver ricevuto il suo consenso. Era un aspetto su cui non transigeva e aveva sempre cura di controllare che tutto fosse come lui aveva disposto. Per questo motivo Tor Marancia era uno dei pochi rioni di borgata in cui la droga non era ancora arrivata”.
È il bullo di quartiere, Sergio Maccarelli, personaggio realmente esistito, ex pugile, cuore generoso, ma, all’occorrenza, pronto ad usare le maniere forti per far rispettare la sua legge, che si trova a confrontarsi, e a scontrarsi, con la nuova generazione, quella di Danilo Abbruciati, boxeur senza successo, boss spietato e predestinato ad una veloce carriera criminale.
Sullo sfondo Roma, “stupenda e misera”, città decadente, che vive la trasformazione dei suoi figli, eterna ma così mutevole, alla ricerca di un equilibrio sempre mancante, un palcoscenico sul quale c’è tutto ed il suo contrario.
La peggio gioventù “mescola fatti e persone reali ad avvenimenti e personaggi di fantasia. Più che vera, si tratta dunque di una storia verosimile”, con la quale Francesco Crispino riesce a consegnarci un ritratto vero, reale, quasi viscerale della Capitale, di quel suo profondo sottobosco fatto di genti comuni, genti che hanno fatto la fame e che difendono il loro quartiere come fosse la propria casa, il proprio territorio di caccia, e quei ragazzi, figli della nuova generazione, che non hanno vissuto la fame e la povertà, ma sono stati viziati dal benessere borghese, e pretendono di scalare velocemente le proprie posizioni, di divenire i padroni di Roma, senza alcuna pietà, senza alcun rispetto, e che con cinica spietatezza tutto travolgono.
Francesco Crispino riesce a costruire un romanzo vero e sincero, incalzante ed appassionante come un film, un romanzo che cattura l’attenzione del lettore e lo trascina nell’inferno di Roma, nel suo piccolo grande mondo criminale, nelle tragiche esistenze di una umanità senza valori, che dalle piccole borgate strabordano, invadendo tutto.
È il vedere Roma sotto ai propri piedi, dall’alto di una impalcatura e sentire l’irrefrenabile desiderio di prendersela, di comandarla, di dominarla.
Un crescendo di violenza, in cui i codici vengono dimenticati, la lotta si fa più cruenta e a sangue freddo, e le scazzottate vengono sostituite dalle pallottole di un agguato.
Sono “le masse dei giovani” che si sono trasformate “in masse di criminaloidi”, come disse Pasolini, e non “c’è stata in loro scelta tra male e bene: ma una scelta tuttavia c’è stata: la scelta dell’impietrimento, della mancanza di ogni pietà”.
https://eventiculturalimagazine.com/2016/11/17/francesco-crispino-e-la-peggio-gioventu-di-una-roma-decadente/
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